Il fotografo gallese Tom Wilkins entra nella cultura skinhead da outsider e costruisce progressivamente un archivio insieme a chi la vive. “This Is Skinhead” riunisce fotografia documentaria, immagini private e testimonianze provenienti dalla Gran Bretagna e dal resto del mondo.
instagram.com/tomwilkinsphotography
“I am not a skinhead.” È la premessa da cui parte Tom Wilkins, non per prendere le distanze dal soggetto del proprio lavoro, ma per chiarire la posizione dalla quale ha iniziato a fotografarlo. Fotografo documentarista con base a Cardiff, Wilkins lavora tra Galles e Regno Unito concentrandosi su persone, subculture, comunità e vita quotidiana. Tra il 2025 e il 2026 comincia a fotografare skinhead nel South Wales conoscendo, per sua stessa ammissione, la cultura soprattutto attraverso la sua immagine pubblica. Da quell’esperienza nasce “This Is Skinhead”, photobook documentario in uscita il 13 ottobre 2026.
DAI RITRATTI A UN ARCHIVIO COLLETTIVO
Il progetto nasce come una serie di street portrait, ma nel corso di circa un anno il rapporto tra Wilkins e le persone fotografate cambia. Entrando progressivamente nella loro quotidianità, il fotografo incontra generazioni, posizioni politiche ed esperienze differenti e si confronta con una cultura nella quale estetica, working-class identity, musica, amicizia e comunità convivono senza produrre necessariamente una definizione unica di cosa significhi essere skinhead.
È in questa fase che “This Is Skinhead” supera la forma iniziale del progetto fotografico. Wilkins riconosce che quella storia non può essere raccontata esclusivamente attraverso il proprio sguardo e invita le persone appartenenti alla cultura a partecipare direttamente. Alle sue fotografie contemporanee si affiancano così immagini provenienti da archivi personali, ricordi e testimonianze in prima persona raccolti in Galles, nel resto del Regno Unito e successivamente anche fuori dalla Gran Bretagna.
Il libro mette quindi nello stesso spazio persone che appartengono alla cultura da decenni e adolescenti che vi stanno entrando oggi, facendo emergere continuità, trasformazioni e contraddizioni. Più che cercare una definizione dello skinhead contemporaneo, Wilkins costruisce una documentazione nella quale il punto di vista dell’autore convive con quello dei soggetti fotografati.
UNA CULTURA PRIMA DELLO STEREOTIPO
Questa scelta assume un peso particolare quando il soggetto è la cultura skinhead, la cui immagine pubblica è stata a lungo compressa nell’associazione con razzismo ed estrema destra. Le sue origini britanniche alla fine degli anni Sessanta restituiscono però una genealogia più complessa, sviluppata negli ambienti working-class attraverso l’incontro tra elementi della cultura mod e influenze provenienti dalle comunità caraibiche.
Ska, rocksteady e primo reggae giamaicano non costituiscono un semplice accompagnamento musicale a quella scena, ma una componente centrale della sua formazione. Musica, abbigliamento e codici culturali mettono in contatto una parte della working class bianca britannica con giovani provenienti dalle comunità caraibiche, contribuendo alla nascita di un’identità che fin dall’inizio non può essere ricondotta a una sola origine.
Questa genealogia non cancella le contraddizioni successive. Episodi di violenza razzista sono documentati già nella prima fase della subcultura e, negli anni seguenti, settori della scena vengono intercettati o appropriati da organizzazioni nazionaliste e di estrema destra. Allo stesso tempo, ridurre l’intera storia skinhead a quella traiettoria significa rimuoverne le radici musicali caraibiche, la composizione multirazziale di alcune scene e lo sviluppo di correnti esplicitamente antirazziste. È dentro questa stratificazione, più che nella ricerca di una versione definitiva della cultura, che si colloca il lavoro di Wilkins.
GAVIN WATSON: LA FOTOGRAFIA DALL’INTERNO
Tra i contributor di “This Is Skinhead” figura Gavin Watson, una delle figure centrali nella documentazione fotografica della cultura skinhead britannica. Cresciuto a High Wycombe, Watson comincia da adolescente a fotografare il fratello Neville e il proprio gruppo di amici tra la fine degli anni Settanta e gli anni Ottanta, producendo immagini da una posizione radicalmente diversa rispetto a quella dichiarata da Wilkins: Watson non osservava quella scena dall’esterno, ne faceva parte.
Le fotografie dei Wycombe Skins registrano amicizia, quotidianità, vulnerabilità e appartenenza insieme ai codici estetici della subcultura. Il Victoria and Albert Museum, che conserva e ha esposto parte del suo lavoro, sottolinea inoltre la presenza di ragazzi bianchi, neri e asiatici all’interno di una scena working-class unita anche dall’interesse per lo ska, un’immagine che contrasta con la successiva identificazione mediatica dello skinhead esclusivamente con l’estremismo di destra.
Parte di quel materiale confluisce nel libro “Skins”, pubblicato nel 1994, e successivamente in “Skins and Punks”. Le fotografie di Watson diventeranno anche uno dei riferimenti visivi utilizzati da Shane Meadows nella costruzione dell’universo di “This Is England”.
La sua presenza nel progetto di Wilkins crea quindi un collegamento tra due momenti e due posizioni fotografiche differenti: la documentazione prodotta dall’interno di una comunità tra anni Settanta e Ottanta e il lavoro contemporaneo di un fotografo che dichiara apertamente la propria condizione di outsider. Parlando del lavoro di Wilkins, Watson osserva: “Tom has a strong eye and what I always look for in street photography is there in his work.”
LE ALTRE VOCI DI “THIS IS SKINHEAD”
La struttura corale del libro prosegue attraverso contributor provenienti da percorsi differenti. La prefazione è firmata dalla DJ e presenter gallese Katie Owen, che individua nella musica, nello stile, nell’unità e nel senso di appartenenza alcuni degli elementi centrali documentati dal progetto: “This Is Skinhead captures the music, style, unity and tribal sense of belonging at the heart of Skinhead culture.”
Tra i contributi compare anche Jenny Woo, musicista canadese il cui percorso attraversa Oi!, punk e songwriting acustico e che ha sviluppato parte del proprio lavoro all’interno della cultura skinhead. A lei si aggiunge Justin “Mooch” DeLoretto, autore di “The Ride of My Life”, proveniente dalla scena hardcore e skinhead antirazzista statunitense prima del successivo percorso nel mondo dei motorcycle club.
Accanto a queste figure, il libro raccoglie fotografie, storie e memorie provenienti direttamente da skinhead britannici e internazionali. È questa pluralità di materiali a modificare la natura del progetto: “This Is Skinhead” rimane un lavoro fotografico di Tom Wilkins, ma la rappresentazione della cultura non viene affidata esclusivamente alla sua macchina fotografica.
DA “CARDIFF SEEN” A “THIS IS SKINHEAD”
Il progetto si inserisce in una ricerca che Wilkins aveva già sviluppato attraverso “Cardiff Seen”, pubblicazione indipendente dedicata alle persone e alla vita quotidiana della città. Street portrait, incontri casuali e comunità costituiscono il materiale di una fotografia costruita attraverso il contatto diretto con le persone incontrate per strada; il primo numero comprende inoltre “LOOK AGAIN”, serie di ritratti accompagnati dalle storie di persone che vivono condizioni di homelessness a Cardiff.
Con “This Is Skinhead” questa attenzione verso persone e comunità viene trasferita all’interno di una subcultura specifica, ma cambia soprattutto il rapporto tra autore e soggetto. Wilkins continua a produrre le fotografie contemporanee, mentre una parte della memoria e della narrazione viene affidata direttamente alle persone fotografate e ai contributor. Il risultato combina quindi osservazione documentaria e materiale prodotto dall’interno della cultura, senza pretendere di far coincidere le due prospettive.
“THIS IS SKINHEAD”
Il titolo può sembrare definitivo, ma il libro evita deliberatamente di esserlo. “This Is Skinhead” non tenta di stabilire cosa sia uno skinhead nel 2026 e preferisce attraversare identità, lealtà, brotherhood, musica, stile e appartenenza insieme alle amicizie, alle differenze politiche, alle memorie e alle contraddizioni che continuano a esistere all’interno della cultura.
È una scelta particolarmente significativa per una subcultura la cui rappresentazione pubblica è stata spesso dominata da un vocabolario visivo immediatamente riconoscibile: teste rasate, boots, braces e bomber hanno finito in molti casi per precedere la conoscenza della storia, della musica e delle differenti identità che hanno abitato quello stesso immaginario.
Wilkins parte proprio da quella distanza. Invece di utilizzare la fotografia per fornire un’altra definizione dall’esterno, lascia che il proprio lavoro documentario venga attraversato dagli archivi e dalle voci di chi quella cultura l’ha vissuta o continua a viverla. “This Is Skinhead” diventa così meno una risposta alla domanda su cosa significhi essere skinhead e più un’indagine su chi abbia prodotto, nel tempo, le immagini attraverso cui continuiamo a riconoscerlo.




