Prima dei colpi: simboli, arte e spiritualità nella Muay Thai

Prima dei colpi: simboli, arte e spiritualità nella Muay Thai

Il fighter è già sul ring. Indossa i guantoni e il Mongkon, ma invece di colpire si inginocchia, porta le mani davanti al volto e abbassa il corpo verso il canvas. Intorno ci sono le corde, il pubblico e le bandiere di decine di Paesi; pochi minuti più tardi quello stesso spazio sarà attraversato da pugni, gomiti, ginocchia e calci.

Le immagini ricevute da dBustle da Paolo Conte arrivano dagli incontri dello scorso 14 agosto al Samui International Muay Thai Stadium di Koh Samui, Thailandia. Osservandole, però, è ciò che accade prima del primo colpo a raccontare una parte meno immediata della Muay Thai: quella costruita attraverso gesti, oggetti, musica, appartenenza e memoria.

Prima di diventare combattimento, il corpo entra in un sistema di simboli. Un linguaggio nel quale arte marziale e performance si sovrappongono e dove spiritualità, tradizione e riferimenti religiosi possono convivere senza trasformare necessariamente il rituale in una professione di fede.

Prima viene il maestro

Uno degli elementi più riconoscibili della Muay Thai è il Wai Khru, il rituale attraverso cui il fighter rende omaggio ai propri maestri e alla tradizione dell’arte che pratica. Il principio fondamentale è quello della trasmissione: prima di mostrare pubblicamente ciò che sa fare, il combattente riconosce simbolicamente coloro attraverso i quali quella conoscenza gli è arrivata.

Il rapporto supera la sola Muay Thai. Forme di Wai Khru appartengono anche ad altri ambiti della cultura thailandese, comprese musica e arti performative, dove il maestro non rappresenta soltanto chi insegna una tecnica, ma un anello nella trasmissione di un sapere.

Nella Muay Thai questa relazione assume una forza particolare perché precede uno scontro individuale. Il fighter entrerà nel combattimento contando sul proprio corpo, sulla preparazione e sulla capacità di imporsi sull’avversario; prima di farlo, compie invece un gesto che riconosce una dipendenza.

Prima di dimostrare quanto vale, mostra da chi ha imparato.

Un gesto thailandese, fighter da tutto il mondo

Il Wai Khru non racconta necessariamente la religione di chi lo esegue.

È una distinzione fondamentale soprattutto nella Muay Thai contemporanea, praticata da fighter provenienti da culture e fedi molto diverse. Atleti europei, asiatici, americani, africani e mediorientali apprendono ed eseguono il rituale come parte della disciplina, e nelle competizioni internazionali il Wai Khru è arrivato a diventare una categoria culturale autonoma.

Il gesto può quindi possedere significati differenti per chi lo compie. Per alcuni può avere anche una dimensione spirituale personale; per altri rappresentare soprattutto rispetto verso maestro, camp e tradizione. In entrambi i casi, eseguire il Wai Khru non significa automaticamente aderire al buddhismo thailandese.

Esistono persino tradizioni storiche che mostrano adattamenti espliciti alla religione del combattente. Nel Muay Chaiya, la Thailand Foundation documenta modalità differenti per fighter buddhisti e musulmani durante il Wai Khru, pur mantenendo centrale l’omaggio al maestro.

La Muay Thai ha internazionalizzato il proprio rituale senza chiedere necessariamente ai fighter di adottare una religione.

Il Ram Muay: quando il combattimento diventa rappresentazione

Al Wai Khru è strettamente associato il Ram Muay, la componente gestuale e performativa della preparazione al combattimento. Non esiste un’unica coreografia universale: movimenti e sequenze possono cambiare secondo scuole, maestri e tradizioni.

Ed è qui che la parola “arte” smette di essere una formula promozionale.

In alcune scuole storiche i movimenti possiedono nomi e riferimenti precisi. La Thailand Foundation documenta, nel Muay Lopburi, posture che richiamano personaggi e azioni provenienti dalla tradizione mitologica, come Phra Rama che scocca una freccia o Narayana che lancia il disco.

Il fighter può quindi utilizzare il proprio corpo non soltanto per prepararsi fisicamente, ma per rappresentare qualcosa.

Un gesto diventa contemporaneamente movimento, memoria e immagine.

Per chi non conosce il codice è una danza. Per chi lo conosce, alcuni gesti hanno nomi, riferimenti e genealogie.

Dove entra la spiritualità

Ridurre tutto questo a un “rito buddhista” sarebbe sbagliato. Eliminarne completamente la componente spirituale lo sarebbe altrettanto.

La Muay Thai si è sviluppata dentro una cultura thailandese nella quale buddhismo Theravada, elementi di origine hindu-brahmanica, tradizioni locali e credenze spirituali hanno storicamente potuto sovrapporsi. Alcune scuole ne conservano tracce particolarmente evidenti.

Nel Muay Tha Sao, per esempio, la Thailand Foundation documenta una sequenza nella quale i fighter rendono omaggio alla dea della Terra, quindi a Shiva, riconosciuto all’interno di quella tradizione come maestro delle arti marziali, successivamente alla Triplice Gemma buddhista e infine al Sole, rappresentazione delle divinità dell’universo. Soltanto dopo comincia il Wai Khru vero e proprio.

Non è il rituale di ogni fighter e non può essere utilizzato per interpretare automaticamente ciò che vediamo sul ring di Koh Samui.

È però una testimonianza estremamente significativa.

Dentro alcune tradizioni della Muay Thai possono convivere nello stesso spazio maestro, divinità hindu, riferimenti buddhisti, forze naturali e combattimento.

Più che una religione della Muay Thai, emerge quindi una stratificazione spirituale cresciuta insieme alle diverse scuole che hanno tramandato l’arte.

Mongkon: qualcosa che non serve a combattere

Nelle immagini dello scorso 14 agosto uno degli oggetti più riconoscibili è il Mongkon, il caratteristico copricapo indossato durante il rituale e rimosso prima del combattimento.

La sua particolarità è immediata: non possiede alcuna funzione offensiva o difensiva.

Non rende più potente un calcio, non protegge da un gomito e non migliora il clinch. Appartiene completamente alla dimensione che precede lo scontro.

Tradizioni differenti attribuiscono al Mongkon significati collegati al maestro, all’appartenenza e al buon auspicio; in specifiche scuole sono documentati anche materiali talismanici e associazioni protettive. Il dettaglio importante è non trasformare queste pratiche in una regola universale: costruzione, utilizzo e significati possono cambiare tra camp e lignaggi.

Rimane però l’immagine.

Il fighter entra nel ring con qualcosa sulla testa che non gli servirà tecnicamente per combattere.

Prima che inizi lo scontro, quell’oggetto viene rimosso.

Portare la protezione sul corpo

Accanto al Mongkon compare nella tradizione della Muay Thai il Prajiad, la fascia portata sulla parte superiore del braccio. Anche intorno a questo oggetto convivono documentazione e tradizione orale, con differenti interpretazioni legate alla protezione e al buon auspicio.

Una delle storie più diffuse racconta di antichi combattenti che portavano con sé un pezzo di tessuto appartenente alla madre o a una persona cara prima di affrontare il pericolo. Non esistono basi sufficientemente solide per presentare questa narrazione come origine storica certa del Prajiad.

Ma il folklore possiede un proprio valore culturale.

Perché l’immagine tramandata rimane potentissima:

andare a combattere portando addosso un frammento di casa.

È qui che tecnica e simbolismo iniziano a occupare territori differenti. L’allenamento prepara il fighter contro ciò che può materialmente accadere; la protezione simbolica prova invece a intervenire sull’imprevedibile, sulla fortuna, sulla paura e su tutto ciò che il combattente non può controllare attraverso la tecnica.

Un’arte prima di essere uno sport

La componente performativa non rappresenta un’aggiunta decorativa alla Muay Thai. È parte della maniera in cui la disciplina ha storicamente costruito e trasmesso la propria identità.

Movimento, musica, rapporto maestro-allievo e repertori gestuali avvicinano il Wai Khru e il Ram Muay a meccanismi presenti anche nelle arti performative thailandesi. Persino oggi IFMA organizza competizioni internazionali specificamente dedicate al Wai Khru, nelle quali atleti provenienti da Paesi differenti vengono valutati sulla performance culturale.

Negli ultimi anni sui podi internazionali del Wai Khru sono comparsi fighter provenienti da Paesi e continenti differenti.

È una trasformazione significativa.

Un rituale nato dentro la cultura thailandese viene imparato, interpretato e rappresentato da persone provenienti dall’altra parte del mondo.

La tradizione diventa essa stessa una disciplina da trasmettere.

Il combattimento ha una musica

Poi c’è il suono.

La musica tradizionalmente associata alla Muay Thai appartiene al mondo del wong pi klong, letteralmente un ensemble costruito attorno a strumenti a fiato e tamburi. Tra le formazioni documentate compare il wong pi chawa klong khaek, con il pi chawa, strumento ad ancia di origine giavanese, e i klong khaek, tamburi legati alla tradizione indo-malese.

Anche qui la storia attraversa geografie differenti.

La Thailand Foundation fa risalire l’utilizzo di questa formazione al periodo di Ayutthaya, quando la musica derivata dalla cultura di corte giavanese-malese, a sua volta influenzata dalla tradizione musicale indiana, accompagnava processioni reali ed era associata alle élite. Successivamente entrò nella vita comune.

Oggi quella stessa famiglia musicale può accompagnare un incontro di Muay Thai, ma anche cerimonie religiose, ordinazioni, funerali e funzioni reali.

La musica del ring porta quindi con sé una storia che supera abbondantemente il ring.

E non funziona soltanto come sottofondo: melodie e ritmi vengono associati a differenti momenti dell’incontro, contribuendo a costruirne tensione e andamento.

Prima ancora che il pubblico reagisca a un colpo, il combattimento possiede già il proprio ritmo.

Quando il mito entra nel corpo

Phra Rama tende l’arco. Narayana scaglia il disco. Shiva compare come maestro delle arti marziali in una specifica tradizione.

Sono riferimenti che mostrano quanto sia rischioso separare rigidamente categorie che, nella storia culturale della Muay Thai, possono invece comunicare continuamente: arte marziale, rappresentazione, mito, spiritualità e memoria.

Non significa che ogni fighter conosca o condivida ogni significato. Né che ogni movimento contemporaneo conservi necessariamente la stessa interpretazione attribuitagli in passato.

Significa che il corpo del combattente può essere anche un archivio.

Attraverso un movimento può sopravvivere una scuola. Attraverso un gesto, il rapporto con un maestro. Attraverso una postura, un’immagine mitologica. Attraverso un oggetto, una credenza protettiva.

Il corpo non porta soltanto i colpi. Porta informazioni.

Poi arrivano gli otto arti

Solo adesso arriviamo al combattimento.

Pugni, gomiti, ginocchia e gambe costruiscono il sistema offensivo e difensivo che ha reso la Muay Thai conosciuta internazionalmente come Art of Eight Limbs.

Nei video ricevuti da dBustle dalla fight night di Koh Samui il passaggio tra ritualità e combattimento appartiene alla stessa esperienza del ring. Prima vengono i gesti, il Mongkon, il Wai Khru e il Ram Muay; poi il combattimento può cominciare.

È lo stesso corpo che pochi minuti prima stava eseguendo una sequenza rituale.

Non cambia il corpo. Cambia il linguaggio attraverso cui viene utilizzato.

Ed è probabilmente questa continuità, più ancora della violenza dei colpi, a rendere la Muay Thai difficile da ridurre alla semplice categoria di sport da combattimento.

Koh Samui, 14 agosto

Le fotografie e i video che accompagnano questo articolo sono stati ricevuti da dBustle da @jackgommino e documentano gli incontri dello scorso 14 agosto al Samui International Muay Thai Stadium di Koh Samui, Thailandia.

Non abbiamo identificato con sufficiente certezza tutti i fighter presenti nel materiale e abbiamo scelto quindi di non attribuire loro nomi, provenienze o significati rituali specifici. Un atleta inginocchiato non sta necessariamente pregando; un gesto non può essere collegato automaticamente a una determinata divinità o scuola; l’esecuzione del Wai Khru non rivela la religione personale di chi lo compie.

Quello che le immagini mostrano è più semplice e, forse, più interessante.

Un fighter è sul canvas con il Mongkon sulla testa. Le mani sono unite. Il combattimento deve ancora iniziare. Intorno al ring, le bandiere ricordano quanto la Muay Thai sia ormai internazionale.

Poi si alza.

Prima della forza c’è il riconoscimento di chi l’ha trasmessa. Prima della tecnica c’è il gesto. Prima del rumore dei colpi c’è la musica. E prima che il corpo diventi un’arma, per qualche minuto diventa memoria, appartenenza e rappresentazione.

Poi arrivano gli otto arti.

Foto e video: @jackgommino
Samui International Muay Thai Stadium — Koh Samui, Thailandia — 14 agosto

Il fighter è già sul ring. Indossa i guantoni e il Mongkon, ma invece di colpire si inginocchia, porta le mani davanti al volto e abbassa il corpo verso il canvas. Intorno ci sono le corde, il pubblico e le bandiere di decine di Paesi; pochi minuti più tardi quello stesso spazio sarà attraversato da pugni, gomiti, ginocchia e calci.

Le immagini ricevute da dBustle da Paolo Conte arrivano dagli incontri dello scorso 14 agosto al Samui International Muay Thai Stadium di Koh Samui, Thailandia. Osservandole, però, è ciò che accade prima del primo colpo a raccontare una parte meno immediata della Muay Thai: quella costruita attraverso gesti, oggetti, musica, appartenenza e memoria.

Prima di diventare combattimento, il corpo entra in un sistema di simboli. Un linguaggio nel quale arte marziale e performance si sovrappongono e dove spiritualità, tradizione e riferimenti religiosi possono convivere senza trasformare necessariamente il rituale in una professione di fede.

Prima viene il maestro

Uno degli elementi più riconoscibili della Muay Thai è il Wai Khru, il rituale attraverso cui il fighter rende omaggio ai propri maestri e alla tradizione dell’arte che pratica. Il principio fondamentale è quello della trasmissione: prima di mostrare pubblicamente ciò che sa fare, il combattente riconosce simbolicamente coloro attraverso i quali quella conoscenza gli è arrivata.

Il rapporto supera la sola Muay Thai. Forme di Wai Khru appartengono anche ad altri ambiti della cultura thailandese, comprese musica e arti performative, dove il maestro non rappresenta soltanto chi insegna una tecnica, ma un anello nella trasmissione di un sapere.

Nella Muay Thai questa relazione assume una forza particolare perché precede uno scontro individuale. Il fighter entrerà nel combattimento contando sul proprio corpo, sulla preparazione e sulla capacità di imporsi sull’avversario; prima di farlo, compie invece un gesto che riconosce una dipendenza.

Prima di dimostrare quanto vale, mostra da chi ha imparato.

Un gesto thailandese, fighter da tutto il mondo

Il Wai Khru non racconta necessariamente la religione di chi lo esegue.

È una distinzione fondamentale soprattutto nella Muay Thai contemporanea, praticata da fighter provenienti da culture e fedi molto diverse. Atleti europei, asiatici, americani, africani e mediorientali apprendono ed eseguono il rituale come parte della disciplina, e nelle competizioni internazionali il Wai Khru è arrivato a diventare una categoria culturale autonoma.

Il gesto può quindi possedere significati differenti per chi lo compie. Per alcuni può avere anche una dimensione spirituale personale; per altri rappresentare soprattutto rispetto verso maestro, camp e tradizione. In entrambi i casi, eseguire il Wai Khru non significa automaticamente aderire al buddhismo thailandese.

Esistono persino tradizioni storiche che mostrano adattamenti espliciti alla religione del combattente. Nel Muay Chaiya, la Thailand Foundation documenta modalità differenti per fighter buddhisti e musulmani durante il Wai Khru, pur mantenendo centrale l’omaggio al maestro.

La Muay Thai ha internazionalizzato il proprio rituale senza chiedere necessariamente ai fighter di adottare una religione.

Il Ram Muay: quando il combattimento diventa rappresentazione

Al Wai Khru è strettamente associato il Ram Muay, la componente gestuale e performativa della preparazione al combattimento. Non esiste un’unica coreografia universale: movimenti e sequenze possono cambiare secondo scuole, maestri e tradizioni.

Ed è qui che la parola “arte” smette di essere una formula promozionale.

In alcune scuole storiche i movimenti possiedono nomi e riferimenti precisi. La Thailand Foundation documenta, nel Muay Lopburi, posture che richiamano personaggi e azioni provenienti dalla tradizione mitologica, come Phra Rama che scocca una freccia o Narayana che lancia il disco.

Il fighter può quindi utilizzare il proprio corpo non soltanto per prepararsi fisicamente, ma per rappresentare qualcosa.

Un gesto diventa contemporaneamente movimento, memoria e immagine.

Per chi non conosce il codice è una danza. Per chi lo conosce, alcuni gesti hanno nomi, riferimenti e genealogie.

Dove entra la spiritualità

Ridurre tutto questo a un “rito buddhista” sarebbe sbagliato. Eliminarne completamente la componente spirituale lo sarebbe altrettanto.

La Muay Thai si è sviluppata dentro una cultura thailandese nella quale buddhismo Theravada, elementi di origine hindu-brahmanica, tradizioni locali e credenze spirituali hanno storicamente potuto sovrapporsi. Alcune scuole ne conservano tracce particolarmente evidenti.

Nel Muay Tha Sao, per esempio, la Thailand Foundation documenta una sequenza nella quale i fighter rendono omaggio alla dea della Terra, quindi a Shiva, riconosciuto all’interno di quella tradizione come maestro delle arti marziali, successivamente alla Triplice Gemma buddhista e infine al Sole, rappresentazione delle divinità dell’universo. Soltanto dopo comincia il Wai Khru vero e proprio.

Non è il rituale di ogni fighter e non può essere utilizzato per interpretare automaticamente ciò che vediamo sul ring di Koh Samui.

È però una testimonianza estremamente significativa.

Dentro alcune tradizioni della Muay Thai possono convivere nello stesso spazio maestro, divinità hindu, riferimenti buddhisti, forze naturali e combattimento.

Più che una religione della Muay Thai, emerge quindi una stratificazione spirituale cresciuta insieme alle diverse scuole che hanno tramandato l’arte.

Mongkon: qualcosa che non serve a combattere

Nelle immagini dello scorso 14 agosto uno degli oggetti più riconoscibili è il Mongkon, il caratteristico copricapo indossato durante il rituale e rimosso prima del combattimento.

La sua particolarità è immediata: non possiede alcuna funzione offensiva o difensiva.

Non rende più potente un calcio, non protegge da un gomito e non migliora il clinch. Appartiene completamente alla dimensione che precede lo scontro.

Tradizioni differenti attribuiscono al Mongkon significati collegati al maestro, all’appartenenza e al buon auspicio; in specifiche scuole sono documentati anche materiali talismanici e associazioni protettive. Il dettaglio importante è non trasformare queste pratiche in una regola universale: costruzione, utilizzo e significati possono cambiare tra camp e lignaggi.

Rimane però l’immagine.

Il fighter entra nel ring con qualcosa sulla testa che non gli servirà tecnicamente per combattere.

Prima che inizi lo scontro, quell’oggetto viene rimosso.

Portare la protezione sul corpo

Accanto al Mongkon compare nella tradizione della Muay Thai il Prajiad, la fascia portata sulla parte superiore del braccio. Anche intorno a questo oggetto convivono documentazione e tradizione orale, con differenti interpretazioni legate alla protezione e al buon auspicio.

Una delle storie più diffuse racconta di antichi combattenti che portavano con sé un pezzo di tessuto appartenente alla madre o a una persona cara prima di affrontare il pericolo. Non esistono basi sufficientemente solide per presentare questa narrazione come origine storica certa del Prajiad.

Ma il folklore possiede un proprio valore culturale.

Perché l’immagine tramandata rimane potentissima:

andare a combattere portando addosso un frammento di casa.

È qui che tecnica e simbolismo iniziano a occupare territori differenti. L’allenamento prepara il fighter contro ciò che può materialmente accadere; la protezione simbolica prova invece a intervenire sull’imprevedibile, sulla fortuna, sulla paura e su tutto ciò che il combattente non può controllare attraverso la tecnica.

Un’arte prima di essere uno sport

La componente performativa non rappresenta un’aggiunta decorativa alla Muay Thai. È parte della maniera in cui la disciplina ha storicamente costruito e trasmesso la propria identità.

Movimento, musica, rapporto maestro-allievo e repertori gestuali avvicinano il Wai Khru e il Ram Muay a meccanismi presenti anche nelle arti performative thailandesi. Persino oggi IFMA organizza competizioni internazionali specificamente dedicate al Wai Khru, nelle quali atleti provenienti da Paesi differenti vengono valutati sulla performance culturale.

Negli ultimi anni sui podi internazionali del Wai Khru sono comparsi fighter provenienti da Paesi e continenti differenti.

È una trasformazione significativa.

Un rituale nato dentro la cultura thailandese viene imparato, interpretato e rappresentato da persone provenienti dall’altra parte del mondo.

La tradizione diventa essa stessa una disciplina da trasmettere.

Il combattimento ha una musica

Poi c’è il suono.

La musica tradizionalmente associata alla Muay Thai appartiene al mondo del wong pi klong, letteralmente un ensemble costruito attorno a strumenti a fiato e tamburi. Tra le formazioni documentate compare il wong pi chawa klong khaek, con il pi chawa, strumento ad ancia di origine giavanese, e i klong khaek, tamburi legati alla tradizione indo-malese.

Anche qui la storia attraversa geografie differenti.

La Thailand Foundation fa risalire l’utilizzo di questa formazione al periodo di Ayutthaya, quando la musica derivata dalla cultura di corte giavanese-malese, a sua volta influenzata dalla tradizione musicale indiana, accompagnava processioni reali ed era associata alle élite. Successivamente entrò nella vita comune.

Oggi quella stessa famiglia musicale può accompagnare un incontro di Muay Thai, ma anche cerimonie religiose, ordinazioni, funerali e funzioni reali.

La musica del ring porta quindi con sé una storia che supera abbondantemente il ring.

E non funziona soltanto come sottofondo: melodie e ritmi vengono associati a differenti momenti dell’incontro, contribuendo a costruirne tensione e andamento.

Prima ancora che il pubblico reagisca a un colpo, il combattimento possiede già il proprio ritmo.

Quando il mito entra nel corpo

Phra Rama tende l’arco. Narayana scaglia il disco. Shiva compare come maestro delle arti marziali in una specifica tradizione.

Sono riferimenti che mostrano quanto sia rischioso separare rigidamente categorie che, nella storia culturale della Muay Thai, possono invece comunicare continuamente: arte marziale, rappresentazione, mito, spiritualità e memoria.

Non significa che ogni fighter conosca o condivida ogni significato. Né che ogni movimento contemporaneo conservi necessariamente la stessa interpretazione attribuitagli in passato.

Significa che il corpo del combattente può essere anche un archivio.

Attraverso un movimento può sopravvivere una scuola. Attraverso un gesto, il rapporto con un maestro. Attraverso una postura, un’immagine mitologica. Attraverso un oggetto, una credenza protettiva.

Il corpo non porta soltanto i colpi. Porta informazioni.

Poi arrivano gli otto arti

Solo adesso arriviamo al combattimento.

Pugni, gomiti, ginocchia e gambe costruiscono il sistema offensivo e difensivo che ha reso la Muay Thai conosciuta internazionalmente come Art of Eight Limbs.

Nei video ricevuti da dBustle dalla fight night di Koh Samui il passaggio tra ritualità e combattimento appartiene alla stessa esperienza del ring. Prima vengono i gesti, il Mongkon, il Wai Khru e il Ram Muay; poi il combattimento può cominciare.

È lo stesso corpo che pochi minuti prima stava eseguendo una sequenza rituale.

Non cambia il corpo. Cambia il linguaggio attraverso cui viene utilizzato.

Ed è probabilmente questa continuità, più ancora della violenza dei colpi, a rendere la Muay Thai difficile da ridurre alla semplice categoria di sport da combattimento.

Koh Samui, 14 agosto

Le fotografie e i video che accompagnano questo articolo sono stati ricevuti da dBustle da @jackgommino e documentano gli incontri dello scorso 14 agosto al Samui International Muay Thai Stadium di Koh Samui, Thailandia.

Non abbiamo identificato con sufficiente certezza tutti i fighter presenti nel materiale e abbiamo scelto quindi di non attribuire loro nomi, provenienze o significati rituali specifici. Un atleta inginocchiato non sta necessariamente pregando; un gesto non può essere collegato automaticamente a una determinata divinità o scuola; l’esecuzione del Wai Khru non rivela la religione personale di chi lo compie.

Quello che le immagini mostrano è più semplice e, forse, più interessante.

Un fighter è sul canvas con il Mongkon sulla testa. Le mani sono unite. Il combattimento deve ancora iniziare. Intorno al ring, le bandiere ricordano quanto la Muay Thai sia ormai internazionale.

Poi si alza.

Prima della forza c’è il riconoscimento di chi l’ha trasmessa. Prima della tecnica c’è il gesto. Prima del rumore dei colpi c’è la musica. E prima che il corpo diventi un’arma, per qualche minuto diventa memoria, appartenenza e rappresentazione.

Poi arrivano gli otto arti.

Foto e video: @jackgommino
Samui International Muay Thai Stadium — Koh Samui, Thailandia — 14 agosto

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