Belong: Carne fotografa i tatuaggi della JNA nell’ex Jugoslavia

Belong: Carne fotografa i tatuaggi della JNA nell’ex Jugoslavia

La Jugoslavia è scomparsa dalle carte geografiche, ma non completamente dai corpi. Sulle braccia di molti uomini che prestarono servizio nella Jugoslovenska Narodna Armija, la JNA, sono ancora visibili tatuaggi realizzati durante gli anni trascorsi nell’esercito della Jugoslavia socialista. Sigle, date, nomi di città e simboli dei reparti sono rimasti sulla pelle anche dopo la dissoluzione del Paese e le guerre degli anni Novanta. Sono questi segni al centro di “Belong”, il progetto di ricerca artistica e antropologica che Carne sta sviluppando attraverso un viaggio nei Balcani.

Il progetto nasce dalla ricerca di persone che conservano tatuaggi legati alla JNA e dalla ricostruzione delle storie che accompagnano quei segni. Carne indica un arco temporale compreso tra gli anni Cinquanta e Ottanta, quando tatuarsi durante il servizio militare era una pratica diffusa tra i coscritti jugoslavi. Il lavoro, sviluppato nell’arco di diversi anni e ancora in corso, parte da una domanda precisa: cosa significa appartenere quando il luogo al quale appartenevi non esiste più?

Carne, dal writing agli spazi abbandonati

Nato a Palmanova nel 1985, Carne proviene dal graffiti writing ed è attivo dalla fine degli anni Novanta. Nel 2020 Artribune ne ricostruiva il percorso partendo dalla cultura hip hop e dal writing, fino allo sviluppo di una ricerca personale legata all’esplorazione e all’intervento negli spazi abbandonati. La sua attività è stata associata alla cosiddetta Urbex-Art, con lavori realizzati all’interno di strutture industriali, militari e civili dismesse.

Per circa dieci anni questi luoghi hanno rappresentato una parte centrale della sua ricerca. All’inizio erano soprattutto spazi nei quali dipingere, successivamente l’interesse si è spostato sulla loro storia e sulle ragioni economiche e sociali dell’abbandono. Da questa esperienza nasce “Totalitarismo delle Rovine”, progetto multidisciplinare dedicato agli edifici dismessi e alle comunità che li attraversano.

Nel tempo Carne ha inoltre esteso il proprio lavoro oltre la pittura. Compiuta Resonance, per esempio, utilizza il rumore prodotto dalle bombolette spray durante l’esecuzione di un’opera, amplificandolo e manipolandolo in tempo reale all’interno di una performance noise. Pittura, esplorazione urbana, fotografia, suono e ricerca sul territorio sono quindi strumenti già presenti nel suo percorso prima dell’inizio di “Belong”.

www.instagram.com/carne_urbex

I tatuaggi nelle caserme della JNA

Il fenomeno documentato da Carne ha precedenti precisi nella ricerca antropologica. Nel 2013 Sandi Abram gli ha dedicato lo studio “Na koži pisana Jugoslavija”, traducibile come “La Jugoslavia scritta sulla pelle”, pubblicato dalla rivista Etnološka tribina. L’articolo, classificato come studio scientifico originale, analizza i tatuaggi dei soldati della JNA attraverso testimonianze dirette e materiale fotografico.

Abram li identifica come uno dei primi fenomeni di tatuaggio di massa nell’area jugoslava. Il servizio militare forniva inoltre involontariamente quasi tutto il necessario per realizzarli: ago, filo e inchiostro nero facevano parte del materiale facilmente disponibile ai soldati. La tecnica era manuale e potevano essere utilizzati uno o più aghi, mentre il disegno veniva talvolta preparato sulla pelle con una matita o trasferito utilizzando carta copiativa.

Le condizioni erano molto diverse da quelle di uno studio professionale. Secondo le testimonianze raccolte da Abram, per sterilizzare l’ago poteva essere utilizzato semplicemente un accendino e in alcuni casi l’igiene veniva completamente trascurata. Il tatuaggio veniva quindi realizzato attraverso una lunga successione manuale di punture, spesso durante il tempo libero trascorso in caserma.

Reparto, luogo e anno direttamente sulla pelle

I soggetti permettevano spesso di ricostruire una parte del servizio militare di chi li portava. Accanto alla sigla JNA comparivano date, località e simboli collegati ai diversi reparti: cannoni incrociati per l’artiglieria, carri armati per le unità corazzate, ancore per la marina e altri elementi dell’iconografia militare. Abram documenta anche stelle, aquile, serpenti, cuori, nomi femminili e soggetti provenienti dalla cultura popolare.

Uno dei punti più interessanti riguarda proprio la standardizzazione di alcuni motivi. Il tatuaggio poteva indicare dove e quando una persona aveva prestato servizio e in quale reparto, trasformandosi in una sorta di scheda biografica visibile. La scelta frequente dell’avambraccio e della parte superiore del braccio contribuiva inoltre a rendere quei simboli riconoscibili anche dagli altri soldati.

Non tutti i tatuaggi avevano però un significato politico. Le testimonianze raccolte nello studio mostrano motivazioni differenti: ricordo del servizio militare, imitazione dei compagni, appartenenza al gruppo o semplicemente disponibilità di qualcuno capace di tatuare. In alcuni casi chi eseguiva il lavoro riceveva in cambio sigarette o altri piccoli beni, creando una piccola economia informale all’interno della caserma.

Una pratica individuale dentro un esercito uniforme

I tatuaggi non facevano parte delle procedure ufficiali della JNA e venivano generalmente realizzati lontano dagli ufficiali, durante pause, pomeriggi liberi o giornate festive. Abram rileva però dalle testimonianze una certa tolleranza nei confronti della pratica, soprattutto quando i soggetti utilizzati appartenevano all’immaginario militare.

Il risultato era particolare: all’interno di un’organizzazione costruita sull’uniforme e sulla disciplina, ogni soldato poteva modificare permanentemente il proprio corpo, spesso utilizzando proprio i simboli dell’esercito. Lo stesso disegno poteva quindi indicare contemporaneamente una storia personale e l’appartenenza a un gruppo.

È documentata anche la pressione esercitata dai compagni. Abram riporta il caso di un militare che decise di tatuarsi dopo essersi trovato in un reparto nel quale gli altri soldati possedevano già tatuaggi simili. Il gesto diventava così anche uno strumento di riconoscimento reciproco all’interno del gruppo.

Cosa succede a quei tatuaggi dopo la Jugoslavia

È qui che “Belong” incontra direttamente la storia successiva del Paese. La Jugoslavia socialista si dissolse all’inizio degli anni Novanta e le guerre che accompagnarono quel processo modificarono inevitabilmente anche il modo di leggere simboli che erano stati realizzati anni o decenni prima.

Abram documenta casi di persone che hanno successivamente nascosto, modificato o coperto i propri tatuaggi JNA. Un segno realizzato come ricordo del servizio militare poteva assumere un significato completamente diverso dopo la guerra, soprattutto attraversando i nuovi confini nazionali nati dalla dissoluzione jugoslava.

Lo stesso tema emerge, su una scala più ampia, nel lavoro dell’antropologa Tanja Petrović. Nel libro “Utopia of the Uniform: Affective Afterlives of the Yugoslav People’s Army”, pubblicato da Duke University Press nel 2024, Petrović utilizza ricordi, fotografie e oggetti appartenuti a decine di ex coscritti per ricostruire l’esperienza del servizio nella JNA e ciò che ne è rimasto dopo gli anni Novanta.

Il servizio militare obbligatorio metteva insieme uomini provenienti da differenti aree della federazione e da contesti etnici, religiosi e sociali diversi. Petrović documenta come alcune delle amicizie e delle relazioni nate durante quel periodo siano sopravvissute anche alla dissoluzione della Jugoslavia, mentre alcuni ex commilitoni si ritrovarono successivamente su fronti opposti durante le guerre.

Belong documenta ciò che è rimasto

È su queste tracce che lavora oggi Carne. “Belong” non ricostruisce la storia della Jugoslavia attraverso monumenti, documenti ufficiali o materiale militare conservato negli archivi, ma parte dalle persone che continuano a portare sulla pelle un segno realizzato quando quel Paese esisteva ancora.

Il progetto acquista valore anche per una ragione molto concreta: quei tatuaggi appartengono a una generazione che sta progressivamente invecchiando. Fotografarli significa quindi registrare non soltanto il disegno, ma anche la persona che lo ha portato per decenni e la storia attraverso la quale il suo significato è cambiato.

La ricerca di Carne e quella condotta da Abram oltre dieci anni prima partono da strumenti differenti, ma osservano lo stesso fenomeno a distanza di tempo. Abram ha fornito una delle documentazioni scientifiche più dettagliate sulla nascita e sulla diffusione di questi tatuaggi; “Belong” li ritrova oggi sui corpi degli ex soldati e li fotografa nel presente.

Ago, filo e inchiostro bastavano per realizzarli in una caserma della JNA. Decenni dopo, quelle lettere sono ancora lì.

La Jugoslavia è scomparsa dalle carte geografiche, ma non completamente dai corpi.

FONTI

Sandi Abram — “Na koži pisana Jugoslavija. Tetovaže iz Jugoslavenske narodne armije i naracije s poviješću oslikanog tijela”, Etnološka tribina, 43 (36), 2013, pp. 65–80.

Tanja Petrović — “Utopia of the Uniform: Affective Afterlives of the Yugoslav People’s Army”, Duke University Press, 2024.

Artribune — intervista a Carne, 2020.

Carne — “Belong”, materiali pubblicati dall’artista attraverso @carne_urbex

La Jugoslavia è scomparsa dalle carte geografiche, ma non completamente dai corpi. Sulle braccia di molti uomini che prestarono servizio nella Jugoslovenska Narodna Armija, la JNA, sono ancora visibili tatuaggi realizzati durante gli anni trascorsi nell’esercito della Jugoslavia socialista. Sigle, date, nomi di città e simboli dei reparti sono rimasti sulla pelle anche dopo la dissoluzione del Paese e le guerre degli anni Novanta. Sono questi segni al centro di “Belong”, il progetto di ricerca artistica e antropologica che Carne sta sviluppando attraverso un viaggio nei Balcani.

Il progetto nasce dalla ricerca di persone che conservano tatuaggi legati alla JNA e dalla ricostruzione delle storie che accompagnano quei segni. Carne indica un arco temporale compreso tra gli anni Cinquanta e Ottanta, quando tatuarsi durante il servizio militare era una pratica diffusa tra i coscritti jugoslavi. Il lavoro, sviluppato nell’arco di diversi anni e ancora in corso, parte da una domanda precisa: cosa significa appartenere quando il luogo al quale appartenevi non esiste più?

Carne, dal writing agli spazi abbandonati

Nato a Palmanova nel 1985, Carne proviene dal graffiti writing ed è attivo dalla fine degli anni Novanta. Nel 2020 Artribune ne ricostruiva il percorso partendo dalla cultura hip hop e dal writing, fino allo sviluppo di una ricerca personale legata all’esplorazione e all’intervento negli spazi abbandonati. La sua attività è stata associata alla cosiddetta Urbex-Art, con lavori realizzati all’interno di strutture industriali, militari e civili dismesse.

Per circa dieci anni questi luoghi hanno rappresentato una parte centrale della sua ricerca. All’inizio erano soprattutto spazi nei quali dipingere, successivamente l’interesse si è spostato sulla loro storia e sulle ragioni economiche e sociali dell’abbandono. Da questa esperienza nasce “Totalitarismo delle Rovine”, progetto multidisciplinare dedicato agli edifici dismessi e alle comunità che li attraversano.

Nel tempo Carne ha inoltre esteso il proprio lavoro oltre la pittura. Compiuta Resonance, per esempio, utilizza il rumore prodotto dalle bombolette spray durante l’esecuzione di un’opera, amplificandolo e manipolandolo in tempo reale all’interno di una performance noise. Pittura, esplorazione urbana, fotografia, suono e ricerca sul territorio sono quindi strumenti già presenti nel suo percorso prima dell’inizio di “Belong”.

www.instagram.com/carne_urbex

I tatuaggi nelle caserme della JNA

Il fenomeno documentato da Carne ha precedenti precisi nella ricerca antropologica. Nel 2013 Sandi Abram gli ha dedicato lo studio “Na koži pisana Jugoslavija”, traducibile come “La Jugoslavia scritta sulla pelle”, pubblicato dalla rivista Etnološka tribina. L’articolo, classificato come studio scientifico originale, analizza i tatuaggi dei soldati della JNA attraverso testimonianze dirette e materiale fotografico.

Abram li identifica come uno dei primi fenomeni di tatuaggio di massa nell’area jugoslava. Il servizio militare forniva inoltre involontariamente quasi tutto il necessario per realizzarli: ago, filo e inchiostro nero facevano parte del materiale facilmente disponibile ai soldati. La tecnica era manuale e potevano essere utilizzati uno o più aghi, mentre il disegno veniva talvolta preparato sulla pelle con una matita o trasferito utilizzando carta copiativa.

Le condizioni erano molto diverse da quelle di uno studio professionale. Secondo le testimonianze raccolte da Abram, per sterilizzare l’ago poteva essere utilizzato semplicemente un accendino e in alcuni casi l’igiene veniva completamente trascurata. Il tatuaggio veniva quindi realizzato attraverso una lunga successione manuale di punture, spesso durante il tempo libero trascorso in caserma.

Reparto, luogo e anno direttamente sulla pelle

I soggetti permettevano spesso di ricostruire una parte del servizio militare di chi li portava. Accanto alla sigla JNA comparivano date, località e simboli collegati ai diversi reparti: cannoni incrociati per l’artiglieria, carri armati per le unità corazzate, ancore per la marina e altri elementi dell’iconografia militare. Abram documenta anche stelle, aquile, serpenti, cuori, nomi femminili e soggetti provenienti dalla cultura popolare.

Uno dei punti più interessanti riguarda proprio la standardizzazione di alcuni motivi. Il tatuaggio poteva indicare dove e quando una persona aveva prestato servizio e in quale reparto, trasformandosi in una sorta di scheda biografica visibile. La scelta frequente dell’avambraccio e della parte superiore del braccio contribuiva inoltre a rendere quei simboli riconoscibili anche dagli altri soldati.

Non tutti i tatuaggi avevano però un significato politico. Le testimonianze raccolte nello studio mostrano motivazioni differenti: ricordo del servizio militare, imitazione dei compagni, appartenenza al gruppo o semplicemente disponibilità di qualcuno capace di tatuare. In alcuni casi chi eseguiva il lavoro riceveva in cambio sigarette o altri piccoli beni, creando una piccola economia informale all’interno della caserma.

Una pratica individuale dentro un esercito uniforme

I tatuaggi non facevano parte delle procedure ufficiali della JNA e venivano generalmente realizzati lontano dagli ufficiali, durante pause, pomeriggi liberi o giornate festive. Abram rileva però dalle testimonianze una certa tolleranza nei confronti della pratica, soprattutto quando i soggetti utilizzati appartenevano all’immaginario militare.

Il risultato era particolare: all’interno di un’organizzazione costruita sull’uniforme e sulla disciplina, ogni soldato poteva modificare permanentemente il proprio corpo, spesso utilizzando proprio i simboli dell’esercito. Lo stesso disegno poteva quindi indicare contemporaneamente una storia personale e l’appartenenza a un gruppo.

È documentata anche la pressione esercitata dai compagni. Abram riporta il caso di un militare che decise di tatuarsi dopo essersi trovato in un reparto nel quale gli altri soldati possedevano già tatuaggi simili. Il gesto diventava così anche uno strumento di riconoscimento reciproco all’interno del gruppo.

Cosa succede a quei tatuaggi dopo la Jugoslavia

È qui che “Belong” incontra direttamente la storia successiva del Paese. La Jugoslavia socialista si dissolse all’inizio degli anni Novanta e le guerre che accompagnarono quel processo modificarono inevitabilmente anche il modo di leggere simboli che erano stati realizzati anni o decenni prima.

Abram documenta casi di persone che hanno successivamente nascosto, modificato o coperto i propri tatuaggi JNA. Un segno realizzato come ricordo del servizio militare poteva assumere un significato completamente diverso dopo la guerra, soprattutto attraversando i nuovi confini nazionali nati dalla dissoluzione jugoslava.

Lo stesso tema emerge, su una scala più ampia, nel lavoro dell’antropologa Tanja Petrović. Nel libro “Utopia of the Uniform: Affective Afterlives of the Yugoslav People’s Army”, pubblicato da Duke University Press nel 2024, Petrović utilizza ricordi, fotografie e oggetti appartenuti a decine di ex coscritti per ricostruire l’esperienza del servizio nella JNA e ciò che ne è rimasto dopo gli anni Novanta.

Il servizio militare obbligatorio metteva insieme uomini provenienti da differenti aree della federazione e da contesti etnici, religiosi e sociali diversi. Petrović documenta come alcune delle amicizie e delle relazioni nate durante quel periodo siano sopravvissute anche alla dissoluzione della Jugoslavia, mentre alcuni ex commilitoni si ritrovarono successivamente su fronti opposti durante le guerre.

Belong documenta ciò che è rimasto

È su queste tracce che lavora oggi Carne. “Belong” non ricostruisce la storia della Jugoslavia attraverso monumenti, documenti ufficiali o materiale militare conservato negli archivi, ma parte dalle persone che continuano a portare sulla pelle un segno realizzato quando quel Paese esisteva ancora.

Il progetto acquista valore anche per una ragione molto concreta: quei tatuaggi appartengono a una generazione che sta progressivamente invecchiando. Fotografarli significa quindi registrare non soltanto il disegno, ma anche la persona che lo ha portato per decenni e la storia attraverso la quale il suo significato è cambiato.

La ricerca di Carne e quella condotta da Abram oltre dieci anni prima partono da strumenti differenti, ma osservano lo stesso fenomeno a distanza di tempo. Abram ha fornito una delle documentazioni scientifiche più dettagliate sulla nascita e sulla diffusione di questi tatuaggi; “Belong” li ritrova oggi sui corpi degli ex soldati e li fotografa nel presente.

Ago, filo e inchiostro bastavano per realizzarli in una caserma della JNA. Decenni dopo, quelle lettere sono ancora lì.

La Jugoslavia è scomparsa dalle carte geografiche, ma non completamente dai corpi.

FONTI

Sandi Abram — “Na koži pisana Jugoslavija. Tetovaže iz Jugoslavenske narodne armije i naracije s poviješću oslikanog tijela”, Etnološka tribina, 43 (36), 2013, pp. 65–80.

Tanja Petrović — “Utopia of the Uniform: Affective Afterlives of the Yugoslav People’s Army”, Duke University Press, 2024.

Artribune — intervista a Carne, 2020.

Carne — “Belong”, materiali pubblicati dall’artista attraverso @carne_urbex

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