Prima che Jean-Michel Basquiat diventasse uno dei nomi più riconoscibili dell’arte del secondo Novecento, sui muri di Lower Manhattan aveva cominciato ad apparire una firma che sarebbe stata progressivamente assorbita dalla sua biografia: SAMO©. Dietro quelle quattro lettere, tuttavia, non c’era uno pseudonimo individuale, ma un progetto sviluppato insieme ad Al Diaz, figura della prima cultura del writing newyorkese e già attivo nello spazio urbano diversi anni prima del loro incontro.
Il 25 settembre quella storia arriva per la prima volta nel Regno Unito con “SAMO : TRANSATLANTICATION”, debutto britannico di Diaz presentato da D’Stassi Art a Shoreditch. Per l’occasione l’artista ha realizzato un nuovo corpus di opere che riprende una ricerca iniziata quasi cinquant’anni fa, quando insieme a Basquiat utilizzava linguaggio, ironia e intervento diretto per trasformare le strade di Lower Manhattan in uno spazio nel quale far circolare idee.
La mostra, alla cui apertura parteciperà lo stesso Diaz arrivando da New York, non si limita quindi a recuperare la storia di SAMO. Il punto di contatto tra il progetto degli anni Settanta e il lavoro contemporaneo rimane il rapporto con linguaggio, autorialità e spazio pubblico, elementi che Diaz ha continuato a interrogare attraverso supporti e tecniche differenti anche quando le sue strade e quelle di Basquiat avevano ormai preso direzioni profondamente diverse.
Al Diaz prima di SAMO
Nato e cresciuto a New York in una famiglia portoricana, Al Diaz entra nella prima generazione del writing cittadino quando il fenomeno non possiede ancora l’identità culturale e visiva che gli verrà attribuita successivamente. Nel 1972 ha tredici anni e scrive soprattutto su treni, autobus e camion del Lower East Side utilizzando il nome BOMB-ONE.
Attraverso il cugino entra in contatto con altri writer e frequenta l’ambiente della Writers Corner 188 a Washington Heights, mentre il writing si espande attraverso una rete giovanile che non dispone ancora di gallerie, pubblicazioni specializzate o di un mercato di riferimento. Scrivere significa innanzitutto rendere visibile il proprio nome nella città attraverso la ripetizione, occupando superfici che non erano state pensate per ospitarlo e costruendo riconoscimento all’interno di una comunità capace di leggere quei codici.
Nel 1973 Diaz entra alla High School of Art and Design, dopo aver seguito da ragazzo corsi di pittura e disegno, ma una parte determinante della sua formazione continua a svolgersi fuori dall’aula. Quando alcuni anni più tardi incontra Basquiat possiede quindi già un’esperienza precisa della scrittura nello spazio pubblico: SAMO non rappresenterà il suo ingresso nel writing, ma il momento nel quale quella pratica comincerà a essere utilizzata per qualcosa di differente dalla diffusione di un nome.
Jean-Michel Basquiat
Jean-Michel Basquiat nasce a Brooklyn nel 1960 da padre haitiano e madre di origine portoricana. Cresce tra arte, musica e più lingue, sviluppando molto presto un interesse per il disegno; durante l’adolescenza attraversa la scena downtown newyorkese nella quale arti visive, punk, no wave, performance e club culture convivono spesso negli stessi spazi. Suona nel gruppo sperimentale Gray, realizza disegni e cartoline e utilizza parole, simboli e immagini prima che la pittura diventi il centro della sua produzione.
Nei primi anni Ottanta entra rapidamente nel sistema delle gallerie internazionali. Nei suoi lavori anatomia, storia afroamericana, colonialismo, razzismo, denaro, celebrità e strutture del potere vengono sovrapposti attraverso figure, diagrammi, parole e cancellature; negli stessi anni sviluppa anche un intenso rapporto personale e creativo con Andy Warhol. Muore a New York nel 1988, a ventisette anni.
La dimensione assunta dalla sua opera e dalla sua figura dopo la morte avrebbe inevitabilmente modificato anche la lettura degli anni precedenti alla carriera pittorica, contribuendo a trasformare SAMO, nella memoria collettiva, in una sorta di primo capitolo della biografia individuale di Basquiat.
La nascita di SAMO
Diaz e Basquiat si conoscono da adolescenti alla City-As-School, scuola alternativa di Manhattan. Diaz sta progressivamente perdendo interesse per un writing che percepisce ormai come molto diverso dalla cultura nella quale aveva iniziato pochi anni prima, mentre il rapporto con Basquiat apre la possibilità di utilizzare la scrittura urbana secondo una logica differente.
Nasce così SAMO©, inizialmente concepito come qualcosa di più articolato di un normale tag: una sorta di prodotto immaginario attraverso il quale costruire messaggi giocando con il linguaggio della pubblicità, dell’autorialità e della comunicazione di massa. Il nome viene associato alla formula “same old shit”, ma è soprattutto il modo in cui i due decidono di utilizzarlo a definirne l’identità.
La firma personale, centrale nel writing tradizionale, viene sostituita da frasi leggibili, sarcastiche e spesso volutamente ambigue. Anche il simbolo del copyright diventa parte del cortocircuito: un messaggio scritto senza autorizzazione nello spazio pubblico assume graficamente l’aspetto di qualcosa che rivendica la propria proprietà.
Lower Manhattan
Tra la fine degli anni Settanta e l’inizio del decennio successivo, SAMO© compare soprattutto tra SoHo, East Village e Lower Manhattan, in una fase nella quale il sistema dell’arte e le culture underground newyorkesi entrano continuamente in contatto. Writing, punk, no wave, performance, musica e arti visive attraversano gli stessi quartieri e costruiscono una scena i cui confini sono molto meno definiti di quanto appariranno nelle ricostruzioni successive.
Le frasi di Diaz e Basquiat intervengono su arte, lavoro, religione, successo, denaro e conformismo attraverso una forma che può ricordare contemporaneamente uno slogan pubblicitario, una poesia urbana e un commento sociale. Rispetto al tag tradizionale cambia soprattutto il destinatario: per leggere SAMO non è necessario appartenere alla comunità dei writer, perché il messaggio è costruito per entrare direttamente nella quotidianità di chi attraversa la strada.
Il muro diventa così un mezzo di distribuzione. Il writing tradizionale può essere interpretato come una conversazione codificata tra writer svolta davanti agli occhi della città; SAMO utilizza invece la città stessa come pubblico, spostando l’attenzione dall’identità di chi scrive a ciò che viene scritto.
La fine di SAMO
Quando il progetto comincia ad attirare l’attenzione della stampa newyorkese, le traiettorie dei suoi autori stanno già iniziando a divergere. Basquiat entra progressivamente nel sistema dell’arte, mentre Diaz mantiene un rapporto più discontinuo con quel mondo e si dedica anche alla musica, senza tuttavia interrompere completamente il rapporto con l’amico.
La connessione tra i due passa infatti anche attraverso “Beat Bop”, il disco del 1983 di Rammellzee e K-Rob prodotto da Basquiat, del quale Basquiat realizza anche la copertina e al quale Diaz partecipa alle percussioni. Diventato successivamente uno degli oggetti più riconoscibili della prima cultura hip hop newyorkese, il progetto restituisce bene la permeabilità di una scena nella quale writing, rap, arte e sperimentazione musicale potevano ancora condividere persone e linguaggi senza essere separati rigidamente in industrie differenti.
La traiettoria di Diaz rimane però molto diversa da quella di Basquiat. Negli anni successivi lavora a lungo anche nell’edilizia, come carpentiere e caposquadra, alternando lavoro manuale, musica e produzione artistica invece di seguire la progressione dalla strada alla galleria che avrebbe caratterizzato molte successive narrazioni sul writing.
Subway e Helvetica
Nel 2008 Diaz trova nella metropolitana di New York un nuovo sistema linguistico sul quale intervenire. Comincia a raccogliere i cartelli WET PAINT utilizzati dalla MTA, ritagliandone le lettere per ricomporle in parole e frasi differenti; alcuni anni più tardi quei messaggi iniziano a tornare nelle stazioni dalle quali il loro materiale visivo proveniva.
La scelta è particolarmente significativa perché la grafica della subway newyorkese è stata costruita per ridurre l’ambiguità e permettere a milioni di persone di orientarsi rapidamente. Diaz utilizza lettere in Helvetica, simboli e frammenti di quel sistema per ottenere l’effetto opposto: interrompe la lettura automatica, modifica le combinazioni e introduce significati che la segnaletica originale non avrebbe mai dovuto contenere.
La città fornisce contemporaneamente materiale, linguaggio e luogo di esposizione. Formalmente il lavoro è molto distante dalle scritte SAMO, ma il meccanismo rimane vicino: Diaz prende un codice familiare incorporato nello spazio urbano, ne altera temporaneamente la funzione e lo restituisce alle persone sotto una forma differente.
Il ritorno di SAMO
Nel 2016 Diaz torna a utilizzare anche il linguaggio di SAMO© per la satira e il commento sociale. Due anni più tardi pubblica “SAMO©… SINCE 1978”, con l’intenzione di documentare la storia del progetto e riaffermarne la natura collaborativa.
La necessità di questa ricostruzione è strettamente legata alla trasformazione di Basquiat in un’icona globale. Mostre, libri, documentari e mercato hanno progressivamente incorporato SAMO all’interno della sua biografia, mentre la storia di Diaz obbliga a riportare il progetto nel contesto specifico dal quale era nato e a considerare separatamente la traiettoria di uno dei suoi due autori.
Negli stessi anni il lavoro di Diaz torna a essere presentato all’interno di mostre e programmi dedicati alla storia del writing e della cultura urbana, mentre l’artista partecipa a incontri e discussioni presso istituzioni come Brooklyn Museum, Museum of Modern Art, New York Public Library, Museum of the City of New York e Barbican.
“SAMO : TRANSATLANTICATION”
Il 25 settembre D’Stassi Art presenta a Shoreditch “SAMO : TRANSATLANTICATION”, prima mostra di Al Diaz nel Regno Unito. L’esposizione introduce un nuovo corpus di opere realizzate appositamente per la galleria e mette in relazione la storia di SAMO con una pratica che, quasi cinquant’anni dopo, continua a concentrarsi su linguaggio, autorialità, spazio pubblico e cultura contemporanea.
Nelle nuove opere Diaz recupera elementi della propria ricerca testuale senza trasformare SAMO in un semplice esercizio nostalgico. Il punto non è riprodurre una formula nata nella New York degli anni Settanta, ma osservare come l’intervento sulla parola possa funzionare all’interno di un ambiente sociale e comunicativo radicalmente diverso da quello nel quale il progetto era stato concepito.
La presenza londinese non rimane inoltre confinata alla galleria: Diaz porta il proprio lavoro anche nello spazio urbano di Shoreditch, riallacciando la mostra alla dimensione pubblica che aveva definito SAMO fin dall’inizio.
“Samo Lives”
Il nuovo interesse attorno alla figura di Diaz coincide anche con “Samo Lives”, progetto cinematografico diretto da Julius Onah e dedicato alla relazione tra Diaz e Basquiat, con Danny Ramirez nel ruolo di Diaz e Kelvin Harrison Jr. in quello di Basquiat.
Il film riporta inevitabilmente al centro una questione che accompagna tutta la ricostruzione di SAMO: la sproporzione tra la memoria dei suoi due autori. Uno è diventato uno degli artisti più celebri e costosi del mondo; l’altro ha attraversato writing, musica, lavoro manuale e pratica artistica seguendo una traiettoria molto meno lineare, rimanendo per lungo tempo conosciuto soprattutto in relazione al primo.
SAMO e Basquiat
Osservare SAMO esclusivamente attraverso Basquiat significa leggere gli anni Settanta conoscendo già ciò che sarebbe accaduto nel decennio successivo. Quando i due scrivevano insieme sui muri di Manhattan, invece, non esistevano ancora né l’icona Basquiat né il mercato che avrebbe trasformato le sue opere in alcuni degli oggetti più riconoscibili dell’arte contemporanea.
Esistevano due adolescenti con esperienze differenti: Diaz aveva già attraversato la prima cultura del writing newyorkese, mentre Basquiat stava costruendo un linguaggio che avrebbe portato nella musica, nel disegno e successivamente nella pittura. SAMO nasce precisamente nel punto in cui queste traiettorie si incontrano, e la mostra londinese acquista interesse quando restituisce ad Al Diaz non semplicemente il ruolo di collaboratore giovanile di Basquiat, ma quello di autore con una storia precedente e successiva a quell’esperienza.
Quasi cinquant’anni separano le prime scritte SAMO dai lavori realizzati per Londra, ma il problema rimane sostanzialmente lo stesso: chi controlla il linguaggio nello spazio pubblico, chi può modificarlo e, soprattutto, chi viene ricordato come suo autore.





