But it isn’t what we made: John Law contro il Burning Man di oggi

But it isn’t what we made: John Law contro il Burning Man di oggi

John Law, uno dei fondatori di Burning Man, sostiene che l’evento abbia “perso la sua anima anarchica”. In un lungo intervento pubblicato sul San Francisco Standard, ricostruisce le origini del progetto e il percorso che lo ha trasformato da esperimento collettivo nel deserto a fenomeno globale frequentato anche dalle élite della Silicon Valley.

“But it isn’t what we made.” È una delle frasi con cui John Law sintetizza il suo rapporto con il Burning Man contemporaneo. Il 29 agosto 2026, sulle pagine del San Francisco Standard, uno degli uomini che contribuirono a portare l’evento nel Black Rock Desert ha pubblicato una lunga riflessione sulla sua evoluzione, partendo da un dato che non cerca di nascondere: Law non partecipa a Burning Man dal 1996. Per anni ha preferito evitare l’argomento e oggi ammette che pensare a ciò che l’evento è diventato lo rende “un po’ triste”.

Il suo giudizio è severo. Secondo Law, il Burning Man attuale è ormai “barely recognizable” rispetto a quello che contribuì a costruire e avrebbe “lost its anarchist soul”. La sua posizione, però, è più articolata di una semplice condanna nostalgica. Law riconosce che per molte persone Burning Man continui a essere un’esperienza autentica, intensa e significativa e che sulla playa esistano ancora crew capaci di conservare qualcosa dell’originario carattere punk e industriale. La questione che solleva riguarda piuttosto la distanza tra quella realtà e l’esperimento sociale e culturale dal quale tutto ebbe origine.

Da Baker Beach alla controcultura di San Francisco

La storia di Burning Man comincia prima del Nevada. Nel 1986 Jerry James e Larry Harvey costruirono e bruciarono una figura umana di legno sulla Baker Beach di San Francisco, proseguendo una storia di incontri legati al solstizio che aveva avuto precedenti nelle iniziative di Mary Grauberger. Una parte fondamentale della cultura che avrebbe caratterizzato le successive esperienze nel deserto proveniva però dall’ambiente della Cacophony Society, di cui John Law faceva parte e che era nata dalle esperienze del precedente Suicide Club di San Francisco.

Più che un’organizzazione tradizionale, Cacophony era una rete informale attraverso la quale i partecipanti organizzavano scherzi, esplorazioni urbane, performance, spedizioni e azioni collettive. Law individua tra le influenze di quell’ambiente il dadaismo, il surrealismo, la Beat Generation, la cultura hippie e punk, il cinema estremo e immaginari come Mad Max. Gli eventi potevano nascere dall’iniziativa degli stessi membri e la distinzione tra chi organizzava e chi partecipava era molto meno rigida rispetto a quella di un evento convenzionale. Nella sua ricostruzione, era un ambiente sostanzialmente incompatibile con una struttura gerarchica e con l’idea stessa di trasformare quelle esperienze in un’attività commerciale.

Il passaggio decisivo avvenne nel 1990, quando la Cacophony Society organizzò la Zone Trip #4, “Bad Day At Black Rock”, concepita da Law insieme a Kevin Evans. Una carovana raggiunse il Black Rock Desert e il grande uomo di legno che quell’anno non era stato possibile bruciare a Baker Beach venne trasportato sulla playa, innalzato e infine incendiato. Le ricostruzioni sul numero esatto dei partecipanti non sono perfettamente uniformi, ma Law ricorda circa 80 persone, molte delle quali dormirono direttamente sul terreno del deserto con sacchi a pelo e piccole tende. È soprattutto da quel momento che il Black Rock Desert diventa inseparabile dall’identità di Burning Man.

Prima dei principi veniva l’esperienza

Negli anni immediatamente successivi il progetto cominciò ad assumere una forma più complessa. Law attribuisce particolare importanza a Desert Site Works, l’esperienza sviluppata dal fotografo William Binzen nell’area del Black Rock Desert. Nel 1993 artisti, performer e musicisti costruirono insieme un ambiente temporaneo fatto di installazioni, rituali e performance, eliminando la separazione tradizionale tra chi produceva l’opera e chi la osservava. Tutti contribuivano alla costruzione e, contemporaneamente, abitavano ciò che avevano creato.

Quell’approccio avrebbe influenzato profondamente Burning Man. L’idea non era assistere a qualcosa, ma contribuire alla sua esistenza: costruire strutture, modificare lo spazio, produrre arte e diventare parte dell’esperienza. Per Law è in questa fase che comincia realmente a emergere il modello che negli anni successivi avrebbe reso Burning Man riconoscibile in tutto il mondo.

Anche per questo contesta l’idea che l’evento sia nato attorno a una filosofia già definita. I celebri 10 Principles furono formulati da Larry Harvey soltanto nel 2004, quando Burning Man esisteva già da molti anni. Radical Inclusion, Gifting, Decommodification, Radical Self-reliance, Radical Self-expression, Communal Effort, Civic Responsibility, Leaving No Trace, Participation e Immediacy sono diventati il vocabolario attraverso il quale il progetto racconta la propria cultura, ma lo stesso Burning Man Project specifica che non furono concepiti come regole originarie: Harvey li scrisse come linee guida per il Regional Network e come espressione di un ethos sviluppatosi nel tempo.

Law va oltre e sostiene che alle origini non ci fosse alcuna grande filosofia. Il primo Burning Man, nella sua memoria, era soprattutto collaborazione, improvvisazione, avventura e necessità concreta di costruire qualcosa insieme in un ambiente estremo. Lo definisce una “anarchistic collaboration of equals”, una collaborazione anarchica tra pari nella quale nessuno possedeva realmente l’esperienza e tutti contribuivano a crearla.

La crescita degli anni Novanta e l’incontro con la Silicon Valley

Il cambiamento diventa evidente durante gli anni Novanta, quando Burning Man cresce insieme a una Bay Area attraversata dall’esplosione di Internet e della nuova economia tecnologica. Nel 1996 Wired dedica una copertina all’evento; è anche l’anno in cui John Law lascia l’organizzazione e smette di parteciparvi. Secondo i numeri riportati nel suo intervento, dalle poche decine di persone presenti all’inizio del decennio si arriva a circa 25.000 partecipanti nel 1999. In meno di dieci anni quella che era stata una spedizione relativamente sconosciuta nel deserto si trasforma in una destinazione internazionale.

Nella lettura di Law, la crescita coincide con l’interesse della nuova élite tecnologica della California. Nel suo intervento cita Elon Musk, Sergey Brin, Larry Page, Mark Zuckerberg e Jeff Bezos e dedica particolare attenzione al rapporto sviluppatosi tra Burning Man e la cultura aziendale di Google, ricordando fotografie dei dipendenti sulla playa esposte negli uffici e autobus organizzati per raggiungere il deserto.

Il punto della sua critica, tuttavia, non è semplicemente che persone estremamente ricche abbiano cominciato a frequentare Burning Man. Law vede in questa trasformazione qualcosa di più profondo: un’esperienza nata come spazio temporaneo al di fuori delle normali gerarchie sociali ed economiche sarebbe diventata progressivamente compatibile con le stesse strutture dalle quali sembrava volersi allontanare. Quello che per i primi partecipanti era un esperimento da costruire poteva ora diventare anche una parentesi da acquistare.

Da una collaborazione anarchica a un “Disneyland for the well-heeled”

È qui che Law utilizza alcune delle espressioni più dure del suo intervento. Definisce il Burning Man contemporaneo “a fabulous Disneyland for the well-heeled”, un Disneyland per benestanti, e parla di una “commercialized escape hatch”, una via di fuga commercializzata attraverso la quale chi dispone di abbastanza denaro può lasciare completamente alle spalle la propria vita quotidiana per una settimana.

Il contrasto che propone con i primi anni è volutamente concreto. Da una parte ricorda un Burning Man nel quale poche decine di persone dormivano sul terreno del deserto con i propri sacchi a pelo; dall’altra descrive un evento dove, accanto alla partecipazione autonoma e alla costruzione collettiva, esistono camp di lusso, chef privati, stylist e voli charter. Per i partecipanti più facoltosi, sostiene, esistono inoltre camp “plug-and-play” capaci di offrire pacchetti da migliaia di dollari con sistemazioni e servizi molto lontani dall’idea originaria di autosufficienza.

Questo non significa che tutti vivano Burning Man in quel modo. È lo stesso Law a riconoscere che moltissime persone continuano a costruire installazioni, organizzare theme camp, realizzare art car e contribuire direttamente a Black Rock City. La sua critica riguarda piuttosto la possibilità che livelli di privilegio economico così differenti convivano all’interno di un progetto che continua a richiamarsi a concetti come partecipazione, autosufficienza e decommodificazione.

Il paradosso della decommodificazione

La contraddizione diventa particolarmente evidente considerando proprio uno dei principi ufficiali più conosciuti di Burning Man, Decommodification. Il Burning Man Project lo descrive come il tentativo di creare ambienti sociali non mediati da sponsorizzazioni commerciali, transazioni o pubblicità, opponendo l’esperienza partecipativa al semplice consumo. Insieme al gifting, questo principio continua a rappresentare uno degli elementi distintivi di Black Rock City.

La critica di Law sposta però l’attenzione su ciò che accade prima e intorno all’ingresso nella playa. Eliminare gran parte delle normali transazioni commerciali all’interno di Black Rock City non significa necessariamente eliminare il peso del denaro sull’esperienza. Due persone possono trovarsi nello stesso spazio formalmente decommodificato dopo aver investito somme completamente diverse per raggiungerlo, equipaggiarsi e trascorrervi una settimana.

Anche il sistema ufficiale dei biglietti mostra una realtà più complessa rispetto alla semplice idea di un Burning Man “da 1.000 dollari”. Per il 2026 il Burning Man Project prevede ticket a più livelli, da 550 a 3.000 dollari, spiegando che le fasce più alte contribuiscono a finanziare l’arte, i costi operativi e i programmi che permettono ad altri partecipanti di accedere a prezzi inferiori. Il biglietto da 775 dollari viene indicato dall’organizzazione come la quota che copre i costi operativi di un singolo partecipante. A queste cifre possono aggiungersi trasporto, equipaggiamento, vehicle pass e tutto ciò che serve per vivere per giorni in uno degli ambienti più difficili degli Stati Uniti.

La questione sollevata da Law non può quindi essere ridotta al prezzo del ticket. Riguarda piuttosto quanto il potere economico possa modificare il modo di vivere un luogo che continua a presentarsi come alternativa alle normali logiche del consumo. È possibile eliminare il denaro dalle transazioni sulla playa senza eliminare le differenze economiche che ogni partecipante porta con sé.

Burning Man e la cultura elettronica

Burning Man non nasce come festival di musica elettronica e raccontarlo esclusivamente attraverso DJ e sound system significherebbe perdere gran parte della sua storia. Nel corso degli anni, tuttavia, la musica elettronica è diventata una delle componenti più visibili del suo immaginario internazionale. Sound camp, art car e grandi sistemi audio hanno contribuito a creare immagini ormai immediatamente associate alla playa: strutture mobili nel deserto, set all’alba, installazioni monumentali e migliaia di persone raccolte intorno alla musica.

È anche attraverso questa evoluzione che il dibattito aperto da Law diventa interessante per la club culture. La trasformazione di esperienze nate ai margini del mercato in prodotti culturali globali non riguarda soltanto Burning Man. La storia della musica elettronica è attraversata da free party diventati grandi festival, warehouse culture trasformata in format internazionali ed estetiche rave entrate progressivamente in eventi e spazi sempre più costosi.

Burning Man rappresenta una versione particolarmente grande e visibile dello stesso problema: cosa accade a una cultura nata come alternativa quando il suo immaginario diventa abbastanza desiderabile da essere assorbito dalle stesse dinamiche economiche dalle quali cercava di prendere le distanze? Nel caso di Black Rock City la questione è ancora più evidente perché partecipazione, autosufficienza e decommodificazione continuano a essere parte integrante del linguaggio ufficiale dell’evento.

Law non dice che Burning Man sia una farsa

È il passaggio più importante del suo intervento e quello che impedisce di ridurre tutto alla classica contrapposizione tra un passato autentico e un presente commerciale. Law non sostiene che Burning Man sia diventato una frode. Al contrario, riconosce che il piacere delle persone che vi partecipano sia reale e che per molti Black Rock City possa ancora rappresentare una delle settimane più intense, immersive e divertenti dell’anno. Ammette inoltre che vecchie crew conservino qualcosa dell’originario carattere punk-industrial e che migliaia di persone continuino a produrre arte, costruire camp e creare comunità sulla playa.

La critica riguarda invece la struttura complessiva dell’evento. Il Burning Man che Law ricorda era piccolo, instabile e costruito da persone che non potevano limitarsi ad acquistare un’esperienza già pronta. Il Burning Man contemporaneo deve gestire decine di migliaia di partecipanti, infrastrutture, sicurezza, terreni, personale, rapporti istituzionali e budget inevitabilmente molto più complessi. Per Law è proprio questa trasformazione ad aver prodotto qualcosa di più gerarchico, controllato e compatibile con le dinamiche economiche che caratterizzano qualsiasi grande evento internazionale.

La questione della proprietà attraversa infatti tutto il suo intervento. Law ricorda di essersi opposto alla commercializzazione di Burning Man e di essere stato coinvolto in una disputa legale legata ai marchi dell’evento. La sua posizione viene riassunta da una frase altrettanto netta: “No one should own this thing.” Nella sua idea originaria non doveva esserci qualcuno che possedeva l’esperienza e qualcun altro che la consumava, ma un gruppo di persone costretto a produrre insieme qualcosa che prima del loro arrivo non esisteva e che sarebbe scomparso poco dopo.

“But it isn’t what we made”

A quarant’anni dal primo rogo di Baker Beach del 1986, Burning Man è contemporaneamente una città temporanea, un enorme laboratorio di arte partecipativa, un riferimento della controcultura americana, uno spazio importante nell’immaginario della musica elettronica e un appuntamento conosciuto anche dalle persone più ricche e influenti del pianeta. Sono identità che possono convivere e che spiegano perché stabilire semplicemente se Burning Man sia ancora “underground” rischi di essere una domanda troppo facile.

L’intervento di John Law è più interessante perché non prova a cancellare il valore dell’esperienza contemporanea per salvare una versione idealizzata del passato. Parte invece da una trasformazione documentabile: un piccolo raduno nato dalla cultura underground di San Francisco è diventato una macchina culturale globale, e la crescita ha inevitabilmente portato con sé organizzazione, denaro, status e gerarchie che nelle prime esperienze avevano un peso completamente diverso.

È possibile considerare questa evoluzione il prezzo inevitabile del successo, oppure vedere nella crescita la dimostrazione della capacità di Burning Man di sopravvivere e adattarsi. Law sceglie un’altra lettura. Per lui qualcosa di essenziale si è perso nel momento in cui un’esperienza che doveva essere costruita collettivamente è diventata, almeno per chi può permetterselo, anche un’esperienza acquistabile e organizzabile attraverso il denaro.

Non sostiene che ciò che accade oggi nel Black Rock Desert sia falso, né che le decine di migliaia di persone che continuano a costruire Black Rock City non vi trovino qualcosa di reale. È proprio questa precisazione a rendere la sua critica meno facile da liquidare come nostalgia di un fondatore che se n’è andato trent’anni fa.

La conclusione di Law, infatti, non dice che Burning Man non abbia più valore. Dice qualcosa di molto più circoscritto e, proprio per questo, più difficile da ignorare:

“But it isn’t what we made.”

John Law, uno dei fondatori di Burning Man, sostiene che l’evento abbia “perso la sua anima anarchica”. In un lungo intervento pubblicato sul San Francisco Standard, ricostruisce le origini del progetto e il percorso che lo ha trasformato da esperimento collettivo nel deserto a fenomeno globale frequentato anche dalle élite della Silicon Valley.

“But it isn’t what we made.” È una delle frasi con cui John Law sintetizza il suo rapporto con il Burning Man contemporaneo. Il 29 agosto 2026, sulle pagine del San Francisco Standard, uno degli uomini che contribuirono a portare l’evento nel Black Rock Desert ha pubblicato una lunga riflessione sulla sua evoluzione, partendo da un dato che non cerca di nascondere: Law non partecipa a Burning Man dal 1996. Per anni ha preferito evitare l’argomento e oggi ammette che pensare a ciò che l’evento è diventato lo rende “un po’ triste”.

Il suo giudizio è severo. Secondo Law, il Burning Man attuale è ormai “barely recognizable” rispetto a quello che contribuì a costruire e avrebbe “lost its anarchist soul”. La sua posizione, però, è più articolata di una semplice condanna nostalgica. Law riconosce che per molte persone Burning Man continui a essere un’esperienza autentica, intensa e significativa e che sulla playa esistano ancora crew capaci di conservare qualcosa dell’originario carattere punk e industriale. La questione che solleva riguarda piuttosto la distanza tra quella realtà e l’esperimento sociale e culturale dal quale tutto ebbe origine.

Da Baker Beach alla controcultura di San Francisco

La storia di Burning Man comincia prima del Nevada. Nel 1986 Jerry James e Larry Harvey costruirono e bruciarono una figura umana di legno sulla Baker Beach di San Francisco, proseguendo una storia di incontri legati al solstizio che aveva avuto precedenti nelle iniziative di Mary Grauberger. Una parte fondamentale della cultura che avrebbe caratterizzato le successive esperienze nel deserto proveniva però dall’ambiente della Cacophony Society, di cui John Law faceva parte e che era nata dalle esperienze del precedente Suicide Club di San Francisco.

Più che un’organizzazione tradizionale, Cacophony era una rete informale attraverso la quale i partecipanti organizzavano scherzi, esplorazioni urbane, performance, spedizioni e azioni collettive. Law individua tra le influenze di quell’ambiente il dadaismo, il surrealismo, la Beat Generation, la cultura hippie e punk, il cinema estremo e immaginari come Mad Max. Gli eventi potevano nascere dall’iniziativa degli stessi membri e la distinzione tra chi organizzava e chi partecipava era molto meno rigida rispetto a quella di un evento convenzionale. Nella sua ricostruzione, era un ambiente sostanzialmente incompatibile con una struttura gerarchica e con l’idea stessa di trasformare quelle esperienze in un’attività commerciale.

Il passaggio decisivo avvenne nel 1990, quando la Cacophony Society organizzò la Zone Trip #4, “Bad Day At Black Rock”, concepita da Law insieme a Kevin Evans. Una carovana raggiunse il Black Rock Desert e il grande uomo di legno che quell’anno non era stato possibile bruciare a Baker Beach venne trasportato sulla playa, innalzato e infine incendiato. Le ricostruzioni sul numero esatto dei partecipanti non sono perfettamente uniformi, ma Law ricorda circa 80 persone, molte delle quali dormirono direttamente sul terreno del deserto con sacchi a pelo e piccole tende. È soprattutto da quel momento che il Black Rock Desert diventa inseparabile dall’identità di Burning Man.

Prima dei principi veniva l’esperienza

Negli anni immediatamente successivi il progetto cominciò ad assumere una forma più complessa. Law attribuisce particolare importanza a Desert Site Works, l’esperienza sviluppata dal fotografo William Binzen nell’area del Black Rock Desert. Nel 1993 artisti, performer e musicisti costruirono insieme un ambiente temporaneo fatto di installazioni, rituali e performance, eliminando la separazione tradizionale tra chi produceva l’opera e chi la osservava. Tutti contribuivano alla costruzione e, contemporaneamente, abitavano ciò che avevano creato.

Quell’approccio avrebbe influenzato profondamente Burning Man. L’idea non era assistere a qualcosa, ma contribuire alla sua esistenza: costruire strutture, modificare lo spazio, produrre arte e diventare parte dell’esperienza. Per Law è in questa fase che comincia realmente a emergere il modello che negli anni successivi avrebbe reso Burning Man riconoscibile in tutto il mondo.

Anche per questo contesta l’idea che l’evento sia nato attorno a una filosofia già definita. I celebri 10 Principles furono formulati da Larry Harvey soltanto nel 2004, quando Burning Man esisteva già da molti anni. Radical Inclusion, Gifting, Decommodification, Radical Self-reliance, Radical Self-expression, Communal Effort, Civic Responsibility, Leaving No Trace, Participation e Immediacy sono diventati il vocabolario attraverso il quale il progetto racconta la propria cultura, ma lo stesso Burning Man Project specifica che non furono concepiti come regole originarie: Harvey li scrisse come linee guida per il Regional Network e come espressione di un ethos sviluppatosi nel tempo.

Law va oltre e sostiene che alle origini non ci fosse alcuna grande filosofia. Il primo Burning Man, nella sua memoria, era soprattutto collaborazione, improvvisazione, avventura e necessità concreta di costruire qualcosa insieme in un ambiente estremo. Lo definisce una “anarchistic collaboration of equals”, una collaborazione anarchica tra pari nella quale nessuno possedeva realmente l’esperienza e tutti contribuivano a crearla.

La crescita degli anni Novanta e l’incontro con la Silicon Valley

Il cambiamento diventa evidente durante gli anni Novanta, quando Burning Man cresce insieme a una Bay Area attraversata dall’esplosione di Internet e della nuova economia tecnologica. Nel 1996 Wired dedica una copertina all’evento; è anche l’anno in cui John Law lascia l’organizzazione e smette di parteciparvi. Secondo i numeri riportati nel suo intervento, dalle poche decine di persone presenti all’inizio del decennio si arriva a circa 25.000 partecipanti nel 1999. In meno di dieci anni quella che era stata una spedizione relativamente sconosciuta nel deserto si trasforma in una destinazione internazionale.

Nella lettura di Law, la crescita coincide con l’interesse della nuova élite tecnologica della California. Nel suo intervento cita Elon Musk, Sergey Brin, Larry Page, Mark Zuckerberg e Jeff Bezos e dedica particolare attenzione al rapporto sviluppatosi tra Burning Man e la cultura aziendale di Google, ricordando fotografie dei dipendenti sulla playa esposte negli uffici e autobus organizzati per raggiungere il deserto.

Il punto della sua critica, tuttavia, non è semplicemente che persone estremamente ricche abbiano cominciato a frequentare Burning Man. Law vede in questa trasformazione qualcosa di più profondo: un’esperienza nata come spazio temporaneo al di fuori delle normali gerarchie sociali ed economiche sarebbe diventata progressivamente compatibile con le stesse strutture dalle quali sembrava volersi allontanare. Quello che per i primi partecipanti era un esperimento da costruire poteva ora diventare anche una parentesi da acquistare.

Da una collaborazione anarchica a un “Disneyland for the well-heeled”

È qui che Law utilizza alcune delle espressioni più dure del suo intervento. Definisce il Burning Man contemporaneo “a fabulous Disneyland for the well-heeled”, un Disneyland per benestanti, e parla di una “commercialized escape hatch”, una via di fuga commercializzata attraverso la quale chi dispone di abbastanza denaro può lasciare completamente alle spalle la propria vita quotidiana per una settimana.

Il contrasto che propone con i primi anni è volutamente concreto. Da una parte ricorda un Burning Man nel quale poche decine di persone dormivano sul terreno del deserto con i propri sacchi a pelo; dall’altra descrive un evento dove, accanto alla partecipazione autonoma e alla costruzione collettiva, esistono camp di lusso, chef privati, stylist e voli charter. Per i partecipanti più facoltosi, sostiene, esistono inoltre camp “plug-and-play” capaci di offrire pacchetti da migliaia di dollari con sistemazioni e servizi molto lontani dall’idea originaria di autosufficienza.

Questo non significa che tutti vivano Burning Man in quel modo. È lo stesso Law a riconoscere che moltissime persone continuano a costruire installazioni, organizzare theme camp, realizzare art car e contribuire direttamente a Black Rock City. La sua critica riguarda piuttosto la possibilità che livelli di privilegio economico così differenti convivano all’interno di un progetto che continua a richiamarsi a concetti come partecipazione, autosufficienza e decommodificazione.

Il paradosso della decommodificazione

La contraddizione diventa particolarmente evidente considerando proprio uno dei principi ufficiali più conosciuti di Burning Man, Decommodification. Il Burning Man Project lo descrive come il tentativo di creare ambienti sociali non mediati da sponsorizzazioni commerciali, transazioni o pubblicità, opponendo l’esperienza partecipativa al semplice consumo. Insieme al gifting, questo principio continua a rappresentare uno degli elementi distintivi di Black Rock City.

La critica di Law sposta però l’attenzione su ciò che accade prima e intorno all’ingresso nella playa. Eliminare gran parte delle normali transazioni commerciali all’interno di Black Rock City non significa necessariamente eliminare il peso del denaro sull’esperienza. Due persone possono trovarsi nello stesso spazio formalmente decommodificato dopo aver investito somme completamente diverse per raggiungerlo, equipaggiarsi e trascorrervi una settimana.

Anche il sistema ufficiale dei biglietti mostra una realtà più complessa rispetto alla semplice idea di un Burning Man “da 1.000 dollari”. Per il 2026 il Burning Man Project prevede ticket a più livelli, da 550 a 3.000 dollari, spiegando che le fasce più alte contribuiscono a finanziare l’arte, i costi operativi e i programmi che permettono ad altri partecipanti di accedere a prezzi inferiori. Il biglietto da 775 dollari viene indicato dall’organizzazione come la quota che copre i costi operativi di un singolo partecipante. A queste cifre possono aggiungersi trasporto, equipaggiamento, vehicle pass e tutto ciò che serve per vivere per giorni in uno degli ambienti più difficili degli Stati Uniti.

La questione sollevata da Law non può quindi essere ridotta al prezzo del ticket. Riguarda piuttosto quanto il potere economico possa modificare il modo di vivere un luogo che continua a presentarsi come alternativa alle normali logiche del consumo. È possibile eliminare il denaro dalle transazioni sulla playa senza eliminare le differenze economiche che ogni partecipante porta con sé.

Burning Man e la cultura elettronica

Burning Man non nasce come festival di musica elettronica e raccontarlo esclusivamente attraverso DJ e sound system significherebbe perdere gran parte della sua storia. Nel corso degli anni, tuttavia, la musica elettronica è diventata una delle componenti più visibili del suo immaginario internazionale. Sound camp, art car e grandi sistemi audio hanno contribuito a creare immagini ormai immediatamente associate alla playa: strutture mobili nel deserto, set all’alba, installazioni monumentali e migliaia di persone raccolte intorno alla musica.

È anche attraverso questa evoluzione che il dibattito aperto da Law diventa interessante per la club culture. La trasformazione di esperienze nate ai margini del mercato in prodotti culturali globali non riguarda soltanto Burning Man. La storia della musica elettronica è attraversata da free party diventati grandi festival, warehouse culture trasformata in format internazionali ed estetiche rave entrate progressivamente in eventi e spazi sempre più costosi.

Burning Man rappresenta una versione particolarmente grande e visibile dello stesso problema: cosa accade a una cultura nata come alternativa quando il suo immaginario diventa abbastanza desiderabile da essere assorbito dalle stesse dinamiche economiche dalle quali cercava di prendere le distanze? Nel caso di Black Rock City la questione è ancora più evidente perché partecipazione, autosufficienza e decommodificazione continuano a essere parte integrante del linguaggio ufficiale dell’evento.

Law non dice che Burning Man sia una farsa

È il passaggio più importante del suo intervento e quello che impedisce di ridurre tutto alla classica contrapposizione tra un passato autentico e un presente commerciale. Law non sostiene che Burning Man sia diventato una frode. Al contrario, riconosce che il piacere delle persone che vi partecipano sia reale e che per molti Black Rock City possa ancora rappresentare una delle settimane più intense, immersive e divertenti dell’anno. Ammette inoltre che vecchie crew conservino qualcosa dell’originario carattere punk-industrial e che migliaia di persone continuino a produrre arte, costruire camp e creare comunità sulla playa.

La critica riguarda invece la struttura complessiva dell’evento. Il Burning Man che Law ricorda era piccolo, instabile e costruito da persone che non potevano limitarsi ad acquistare un’esperienza già pronta. Il Burning Man contemporaneo deve gestire decine di migliaia di partecipanti, infrastrutture, sicurezza, terreni, personale, rapporti istituzionali e budget inevitabilmente molto più complessi. Per Law è proprio questa trasformazione ad aver prodotto qualcosa di più gerarchico, controllato e compatibile con le dinamiche economiche che caratterizzano qualsiasi grande evento internazionale.

La questione della proprietà attraversa infatti tutto il suo intervento. Law ricorda di essersi opposto alla commercializzazione di Burning Man e di essere stato coinvolto in una disputa legale legata ai marchi dell’evento. La sua posizione viene riassunta da una frase altrettanto netta: “No one should own this thing.” Nella sua idea originaria non doveva esserci qualcuno che possedeva l’esperienza e qualcun altro che la consumava, ma un gruppo di persone costretto a produrre insieme qualcosa che prima del loro arrivo non esisteva e che sarebbe scomparso poco dopo.

“But it isn’t what we made”

A quarant’anni dal primo rogo di Baker Beach del 1986, Burning Man è contemporaneamente una città temporanea, un enorme laboratorio di arte partecipativa, un riferimento della controcultura americana, uno spazio importante nell’immaginario della musica elettronica e un appuntamento conosciuto anche dalle persone più ricche e influenti del pianeta. Sono identità che possono convivere e che spiegano perché stabilire semplicemente se Burning Man sia ancora “underground” rischi di essere una domanda troppo facile.

L’intervento di John Law è più interessante perché non prova a cancellare il valore dell’esperienza contemporanea per salvare una versione idealizzata del passato. Parte invece da una trasformazione documentabile: un piccolo raduno nato dalla cultura underground di San Francisco è diventato una macchina culturale globale, e la crescita ha inevitabilmente portato con sé organizzazione, denaro, status e gerarchie che nelle prime esperienze avevano un peso completamente diverso.

È possibile considerare questa evoluzione il prezzo inevitabile del successo, oppure vedere nella crescita la dimostrazione della capacità di Burning Man di sopravvivere e adattarsi. Law sceglie un’altra lettura. Per lui qualcosa di essenziale si è perso nel momento in cui un’esperienza che doveva essere costruita collettivamente è diventata, almeno per chi può permetterselo, anche un’esperienza acquistabile e organizzabile attraverso il denaro.

Non sostiene che ciò che accade oggi nel Black Rock Desert sia falso, né che le decine di migliaia di persone che continuano a costruire Black Rock City non vi trovino qualcosa di reale. È proprio questa precisazione a rendere la sua critica meno facile da liquidare come nostalgia di un fondatore che se n’è andato trent’anni fa.

La conclusione di Law, infatti, non dice che Burning Man non abbia più valore. Dice qualcosa di molto più circoscritto e, proprio per questo, più difficile da ignorare:

“But it isn’t what we made.”

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