Nato nel 2018, Eggplant è un collettivo musicale campano fondato sull’incontro tra musicisti di provenienze differenti. Il progetto prende forma attraverso una ricerca aperta alle contaminazioni, documentata dalle pubblicazioni “La Scatola Rossa”, “Shiny Slide” e “Melainsana”. Nella sua storia figurano Filippo Cosci, Giuseppe Desiderio, Camillo Mascolo e Giuseppe Sorrentino, già batterista dei Kernel Zero.
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Batterista autodidatta fin dall’età di dieci anni e fondatore del progetto, Camillo Mascolo ha sviluppato il proprio percorso nell’ambito della musica alternativa, contribuendo alla fondazione dei Malatja e collaborando con Cattivo Costume, Nicodemo e Giorgio Ciccarelli, già membro degli Afterhours. Attualmente lavora in studio anche con The Valium.
Oggi il progetto prosegue con il nome The Eggplant’s Bite, mantenendo la propria continuità artistica e ampliando il lavoro compositivo attraverso il contributo di Francesco Tedesco. In vista dell’uscita del singolo “Vibrante Il Nulla”, prevista per l’11 novembre, l’intervista approfondisce la formazione musicale, le collaborazioni e i cambiamenti della scena indipendente.
1. Eggplant nasce nel 2018 come collettivo aperto a musicisti e linguaggi differenti. Quale idea di condivisione artistica continua a definire il progetto, oggi attivo con il nome The Eggplant’s Bite?
The Eggplant’s Bite rappresenta prima di tutto la condivisione di idee artistiche e musicali. È il principio che ha accompagnato il progetto fin dall’inizio e che continua a caratterizzarlo, indipendentemente dal nome.
Nel corso degli anni abbiamo incontrato persone con esperienze e sensibilità differenti, ognuna delle quali ha portato il proprio contributo. Non abbiamo mai voluto limitarci a un genere preciso o a una formazione rigidamente definita. L’aspetto più importante è sempre stato confrontarci, lavorare insieme e lasciare spazio alle idee.
Anche oggi manteniamo questa impostazione: la musica nasce dall’incontro tra le persone coinvolte e dalla possibilità di costruire qualcosa attraverso il contributo di ciascuno.
2. Nel 2018 avevi immaginato Eggplant come un progetto destinato a esaurirsi dopo un solo brano. Cosa ti ha portato a cambiare prospettiva e proseguire il percorso?
Il progetto è nato nel 2018 con un’intenzione precisa: pubblicare un solo pezzo e poi scomparire per sempre. Poi, però, le cose sono cambiate.
Ho sentito l’esigenza di mettermi in discussione musicalmente, confrontandomi prima di tutto con me stesso, senza timori. Durante il percorso si sono aggiunte persone fantastiche che hanno creduto nel progetto, condividendone le idee e dedicandogli tempo ed energie, spesso rinunciando anche a qualche ora di sonno.
3. “Nevermind” dei Nirvana, “Houdini” dei Melvins, “Thirteenth Step” degli A Perfect Circle e “Songs for the Deaf” dei Queens of the Stone Age sono tra gli album che hanno segnato la tua formazione. Come si è sviluppato il tuo percorso di ascolto, dalle prime musicassette alla scoperta di linguaggi musicali differenti?
Negli anni passati era molto più difficile scoprire musica nuova. I mezzi a disposizione non erano quelli di oggi.
Ricordo che, insieme al mio carissimo amico Ruan, oggi artefice dei reel del progetto, consumavamo musicassette duplicate di death e thrash metal. Le acquistavamo da ragazzi più grandi di noi, quando riuscivamo ad avere qualche lira in più in tasca.
Con il tempo le cose hanno iniziato a cambiare e, insieme a queste, anche la nostra apertura e il nostro approccio all’ascolto.
I dischi che ho citato mi hanno permesso di allargare lo sguardo e sviluppare una maggiore attenzione verso altri generi e linguaggi musicali.
4. Dai Malatja alle collaborazioni con Nicodemo e Giorgio Ciccarelli, hai attraversato esperienze differenti della scena indipendente. Quali incontri hanno inciso maggiormente sulla tua formazione e sul tuo approccio al lavoro in studio?
Sono stato molto fortunato a incontrare persone come Paolo Sessa, che considero uno dei migliori frontman della scena campana.
Nicola Pellegrino, Nicodemo, mi ha insegnato tanto. Grazie a lui il mio approccio allo studio di registrazione è cambiato radicalmente.
Con Giorgio Ciccarelli, invece, ho giocato in Champions League. Ho sempre paragonato quella formazione al Napoli di Sarri.
5. Da “La Scatola Rossa” a “Shiny Slide” e “Melainsana”, Eggplant ha costruito un percorso attraverso musicisti e collaborazioni differenti, tra cui Filippo Cosci, Giuseppe Desiderio e Giuseppe Sorrentino. Cosa è cambiato con il nome The Eggplant’s Bite e quale contributo ha portato Francesco Tedesco alle produzioni più recenti?
In realtà non si tratta di un nuovo progetto. È rimasto tutto come prima: è cambiato soltanto il nome della band.
Alla composizione si è aggiunto un musicista fantastico, Francesco Tedesco, che, oltre a curare il suono, ha contribuito alla realizzazione degli ultimi due brani.
6. In “The List” Mauro Santaniello ha scritto il testo e prestato la voce, mentre Andrea Aiello ha suonato il basso. “Vibrante Il Nulla” coinvolge invece Vincenzo Caputo alla scrittura e Nicodemo alla voce. Quale ruolo hanno le relazioni personali nella scelta dei collaboratori e nella realizzazione dei brani?
In “The List” è successo che Mauro Santaniello, un amico storico, ha cantato e scritto il testo. Non è un cantante e credo che per lui sia stata la prima esperienza in studio. Questa cosa la trovo una figata assurda.
Poi c’è Vincenzo Caputo, che ha scritto il testo di “Vibrante Il Nulla”, cantato da Nicodemo. Andrea Aiello, invece, ha suonato il basso in “The List”.
Insomma, più che musicisti sono amici ai quali sono molto legato.
7. La tua esperienza attraversa diverse generazioni della scena indipendente campana. Come è cambiato, negli anni, il rapporto tra pubblico, locali e musica originale, soprattutto nei contesti di provincia?
Probabilmente è diventato davvero difficile suonare un certo tipo di musica davanti a un pubblico seduto, magari impegnato a discutere con il cameriere perché nel panino manca la maionese.
Negli anni passati il pubblico e, di conseguenza, i locali erano molto più attenti e ambiziosi. Al bancone si serviva il Negroni, mentre lo Spritz all’epoca non faceva tendenza.
C’è meno interesse artistico e, di conseguenza, tutto cambia.




