Una lunga intervista pubblicata dal Guardian ha riportato Yousuke Yukimatsu al centro della scena elettronica internazionale proprio mentre si prepara ad aprire alcune date britanniche dei The Prodigy. Non è soltanto un nuovo capitolo della sua carriera, ma un passaggio dal forte valore simbolico: è stato proprio il gruppo di Keith Flint e Maxim, insieme agli Underworld, ad avvicinarlo alla musica elettronica durante l’adolescenza.
Oggi, dopo anni trascorsi tra l’underground di Osaka, il Berlin Atonal, una Boiler Room diventata virale e il debutto al Coachella, Yukimatsu è considerato uno dei selezionatori più rispettati della scena contemporanea. Ma il motivo del suo riconoscimento internazionale non risiede semplicemente nella carriera costruita negli ultimi quindici anni.
Per decenni il clubbing ha costruito la propria identità attraverso le etichette. Techno, house, electro, hardcore, ambient: ogni scena ha sviluppato il proprio linguaggio, il proprio pubblico e i propri riferimenti. Anche il ruolo del DJ è cresciuto seguendo questa logica. Essere riconoscibili significava spesso appartenere a un genere preciso e rappresentarne l’estetica.
Yousuke Yukimatsu ha scelto la direzione opposta.
Per il DJ giapponese il genere non è un’identità da difendere, ma uno degli strumenti con cui costruire un racconto musicale. Se una traccia riesce a dare un significato al percorso del set, allora merita di essere suonata, indipendentemente dalla sua provenienza. È una filosofia che sintetizza in una frase diventata il manifesto del suo lavoro: “If it’s good music, it’s good.”
Questa visione gli ha permesso di trasformarsi da figura di culto dell’underground di Osaka a uno dei selezionatori più rispettati della scena elettronica internazionale. Ma ridurre il suo successo alla capacità di accostare artisti lontanissimi tra loro sarebbe un errore. La vera forza di Yukimatsu non sta nell’attraversare i generi, bensì nel renderli parte di un’unica narrazione.
Una formazione costruita ascoltando tutto
La storia musicale di Yukimatsu inizia molto prima della console. Cresciuto nel quartiere Jōtō-ku di Osaka, entra in contatto con la musica grazie al padre, appassionato di rock classico e collezionista di dischi. Da bambino ascolta senza particolare entusiasmo gruppi come Deep Purple e Led Zeppelin, ma con il tempo comprenderà quanto quell’esposizione abbia influenzato il suo modo di ascoltare.
Durante l’adolescenza il suo universo sonoro continua ad allargarsi. Dall’hard rock passa al metal, poi all’alternative rock dei Sonic Youth, alla sperimentazione dei Boredoms, fino alle composizioni di Ryuichi Sakamoto. L’incontro con The Prodigy e Underworld rappresenta il ponte definitivo verso la musica elettronica.
Ciò che colpisce non è la varietà degli ascolti, ma il metodo con cui vengono assimilati. Yukimatsu ha più volte spiegato che la propria crescita nasce da una curiosità inesauribile, da un bisogno costante di cercare musica nuova senza preoccuparsi delle categorie. È un approccio che continua ancora oggi e che costituisce il fondamento della sua identità artistica.
Quando debutta come DJ nel 2008 durante la festa di un amico, non cerca quindi un genere nel quale riconoscersi. Cerca un linguaggio personale. Nei piccoli eventi di Osaka e della vicina Kobe inizia lentamente a costruire una selezione che mette in dialogo influenze diverse, anticipando quella filosofia che diventerà il tratto distintivo della sua carriera.
La selezione prima del genere
Nel linguaggio comune i DJ vengono ancora identificati attraverso il genere che suonano. È una classificazione utile, ma spesso limitante.
Yukimatsu ribalta completamente questa prospettiva.
Per lui la selezione non parte dall’appartenenza stilistica di un brano, ma dalla sua funzione all’interno del racconto musicale. Ogni traccia viene scelta per la tensione che genera, per il contrasto che crea con quella precedente o per la direzione emotiva che imprime alla pista.
Questa differenza è sostanziale.
Mescolare generi diversi non significa automaticamente costruire un buon set. L’eclettismo, se utilizzato come semplice effetto sorpresa, rischia di interrompere il coinvolgimento del pubblico. Nei set di Yukimatsu accade l’opposto: rock, techno, hardcore, pop, noise ed elettronica sperimentale convivono perché vengono collegati attraverso transizioni che preservano continuità, ritmo e intensità narrativa.
È proprio questa capacità a renderlo riconoscibile. Il pubblico non ricorda soltanto i brani che ha ascoltato, ma il modo in cui sono stati messi in relazione tra loro.
Come si costruisce un DJ set senza etichette
L’esibizione al Coachella rappresenta una sintesi perfetta del suo metodo. Nel giro di pochi minuti Yukimatsu attraversa territori apparentemente inconciliabili: Beastie Boys, techno sperimentale, Taylor Swift, Aphex Twin.
Sulla carta potrebbe sembrare una provocazione.
In realtà ogni passaggio risponde a una logica precisa.
Prima di ogni performance Yukimatsu costruisce un’idea generale del set, ma evita di trasformarla in una scaletta rigida. Quando possibile arriva all’inizio della serata, osserva il lavoro degli altri DJ, ascolta il pubblico e lascia che sia anche il dancefloor a suggerire l’evoluzione della selezione.
Per lui un DJ set non è una playlist perfetta.
È una conversazione.
Anche dal punto di vista tecnico privilegia mixaggi progressivi e transizioni lunghe, nelle quali il passaggio da una traccia all’altra tende quasi a dissolversi. È questa continuità a permettergli di attraversare linguaggi musicali molto diversi senza compromettere il flusso della pista.
Più che stupire, Yukimatsu cerca di mantenere viva l’attenzione dell’ascoltatore. «Voglio che le persone trovino speranza nei miei set», ha dichiarato in una recente intervista. Una frase che spiega come il suo obiettivo non sia rappresentare un genere, ma creare un’esperienza emotiva condivisa.
Ricerca continua, non purismo
Dietro la libertà con cui Yukimatsu attraversa generi e linguaggi diversi non c’è improvvisazione, ma un lavoro quotidiano di ricerca. Ha raccontato più volte di utilizzare piattaforme come Bandcamp quasi ogni giorno per scoprire nuove produzioni, seguire etichette indipendenti e approfondire scene locali prima di ogni tour. Anche in vista delle recenti date italiane ha dedicato tempo all’ascolto di pubblicazioni firmate da Adiel, Danza Tribale e dall’etichetta Spazio Disponibile, dimostrando come la preparazione di un set inizi molto prima dell’ingresso in console.
La stessa filosofia emerge in “Midnight Is Comin'”, il DJ mix pubblicato per l’etichetta singaporiana Midnight Shift. Lontano dall’idea di una semplice raccolta di brani, il progetto prende forma come un percorso sonoro che riunisce produzioni di artisti vicini alla sua sensibilità, tra cui DJ Nobu, Ryo Murakami, Gabber Modus Operandi e Sapphire Slows, molte delle quali realizzate appositamente per il progetto. Più che mettere in mostra la propria tecnica, Yukimatsu utilizza il mix per valorizzare una rete di producer sperimentali e dimostrare come musiche molto diverse possano convivere all’interno di una narrazione coerente.
Anche la critica internazionale ha interpretato “Midnight Is Comin'” in questa chiave. Se nei club il DJ giapponese è conosciuto per passare con naturalezza da hardcore, pop, techno e noise, il mix sceglie un registro molto più contemplativo, costruito attraverso ambient, drone ed elettronica sperimentale. Cambia il ritmo, ma non il principio: la selezione continua a essere guidata dalla ricerca di continuità e profondità narrativa, non dall’appartenenza a uno stile preciso.
Dall’underground di Osaka alla scena internazionale
Quando Yukimatsu inizia a esibirsi nel 2008, il suo percorso si sviluppa quasi interamente tra Osaka e la vicina Kobe. Per diversi anni costruisce la propria identità all’interno dell’underground locale, affinando un approccio alla selezione che sfugge alle convenzioni e mettendo progressivamente in relazione mondi sonori differenti.
La svolta arriva nel 2014, quando DJ Nobu lo invita prima a condividere la console e poi a esibirsi durante Future Terror, una delle serate più influenti della scena giapponese. L’esperienza amplia rapidamente la sua visibilità e lo porta a confrontarsi con artisti provenienti da contesti molto diversi, consolidando una reputazione costruita più sulla qualità della selezione che sull’appartenenza a un movimento specifico.
Negli stessi anni nasce Zone Unknown, la serie di eventi fondata da Yukimatsu tra Osaka e Kobe. Più che un semplice party, il progetto rappresenta l’estensione naturale della sua idea di clubbing: line-up aperte, ricerca musicale continua e dialogo tra artisti provenienti da percorsi differenti. È il luogo in cui la sua filosofia prende forma anche come progetto culturale, non soltanto come pratica da DJ.
Il riconoscimento internazionale arriva progressivamente. Le partecipazioni ricorrenti al Berlin Atonal, uno dei festival più importanti dedicati alla ricerca sonora contemporanea, confermano il suo profilo all’interno della scena sperimentale europea. Nel frattempo la pubblicazione di “Midnight Is Comin'” consolida ulteriormente la sua reputazione presso la critica specializzata e tra gli addetti ai lavori.
La svolta mediatica arriva però con la Boiler Room registrata a Tokyo. Il set, diventato rapidamente uno dei contenuti più seguiti della piattaforma, porta il suo nome davanti a un pubblico globale e permette a migliaia di persone di entrare in contatto con un modo di intendere il DJing lontano dalle convenzioni. Non è soltanto la varietà della selezione a colpire, ma la naturalezza con cui ogni passaggio contribuisce a costruire un racconto unico.
Nel 2026 questo percorso raggiunge un nuovo traguardo con il debutto al Coachella e le successive apparizioni nei principali festival internazionali. Nello stesso periodo viene scelto per aprire alcune date britanniche dei The Prodigy, il gruppo che durante l’adolescenza aveva contribuito ad avvicinarlo alla musica elettronica. Un passaggio che chiude simbolicamente un cerchio iniziato molti anni prima tra i dischi ascoltati nella casa di Osaka.
Oltre i generi
La storia di Yousuke Yukimatsu non racconta soltanto l’ascesa di un DJ giapponese verso il riconoscimento internazionale. Racconta soprattutto un modo diverso di intendere la selezione musicale.
In un’epoca in cui gli algoritmi classificano artisti e ascoltatori attraverso categorie sempre più precise, Yukimatsu continua a muoversi nella direzione opposta. I suoi set non cercano di dimostrare che i generi siano inutili, ma che possano dialogare tra loro senza perdere la propria identità. È una differenza sottile, ma decisiva.
La sua filosofia non consiste nel mescolare tutto indiscriminatamente. Consiste nel trovare un senso alle connessioni, trasformando ogni performance in un racconto costruito attraverso la curiosità, la ricerca e la capacità di ascoltare senza pregiudizi.
È probabilmente questa la ragione per cui, oggi, molti lo considerano uno dei selezionatori più interessanti della scena elettronica contemporanea.
In un’epoca in cui gli algoritmi classificano gli artisti per generi, Yousuke Yukimatsu continua a dimostrare che un grande DJ non è chi conosce meglio una scena, ma chi riesce a costruire un racconto musicale capace di attraversarle tutte.





