XQTE

XQTE

Entusiasti dopo aver ascoltato alcuni suoi live, abbiamo deciso di intervistare XQTE

Il 6 marzo è prevista l’uscita di “Bend Misuse” un nuovo EP su ATTITUDE, che prosegue il percorso discografico di XQTE, DJ e producer attivo dal 2023, focalizzato su un linguaggio hardgroove e techno radicato nell’estetica di fine anni ’90 e primi 2000. 

 

Co-Founder dell’etichetta ATTITUDE, pubblica qui le prime due release The Last Emigrant e Bancomat Every Morning, ottenendo il supporto di artisti Nazionali e internazionali come Mark Broom, Markantonio, Raffaele Attanasio e Rebecca Delle Piane e altri. 

 

Nel 2025 esce “Barrios” su Unrilis (catalogo Rilis) ep suonato da Ken Ishii nelle floor di oltreoceano, l’EP On The Scene su Be As One (debutto in vinile per la label di Shlomi Aber, con ingresso nelle chart di Umek e Uncertain), la partecipazione a un Various Artists su Frenzy Recordings, chiude l’anno con “Loop and Dubs” album di 8 tracce rilasciate in vinile per la storica label Planet Rhythm.

Una chiacchierata che arricchisce ulteriormente la sezione delle nostre interviste.

Nel tuo suono si percepisce chiaramente una forte identità partenopea. 

 

Quanto senti la responsabilità di creare e portare avanti questo sound?

Sono cresciuto con la techno di Marco Carola e Rino Cerrone, artisti che hanno profondamente ispirato il mio percorso. 

Parlare di responsabilità forse è eccessivo ma ovvio che mi farebbe piacere. 

Proprio per questo motivo, provo a portare avanti il groove che credo abbia sempre contraddistinto i producer della nostra terra.

Penso sia una questione di visione, uno sguardo sul nostro modo di vivere attraverso un tipo di sound.

È qualcosa che è nato in modo organico o hai ricercato consapevolmente questa direzione sonora?

Come detto già prima, credo che il groove sia parte viscerale dell’individuo.

Mi piace che il basso si muova in ritmo e coesione insieme al resto.

Detto questo, mi sono concentrato molto sullo studio delle tecniche di produzione usate in passato per ottenere determinati tipi di incastri e sonorità.

Credo che con l’avanzamento della tecnologia, per quanto riguarda la produzione, abbiamo perso un po’ il fattore umano, l’imprecisione.

La musica si deve anche toccare e quindi ho cercato di capire quale fosse l’approccio alla produzione quando il computer era marginale. Ho ancora tanto da imparare su quel tipo di mood.

Come concepisci, strutturi e sviluppi il tuo live nei club?

 

Parti da un’idea già definita, di cui conosci l’evoluzione, oppure ti lasci guidare dal dancefloor cercando una connessione con il pubblico, che anche senza comprendere tecnicamente ciò che fai possa percepire la tensione e l’improvvisazione di un live set?

Nel corso degli anni ho provato diversi tipi di approccio al live set, molto dipende anche dalle macchine che si usano.

Ho cambiato diversi setup fino a trovare qualcosa che mi permettesse di gestire la mia performance in modo più dinamico.

Questo mi permette di tenere parti anche solo per pochi minuti, in modo da rendere il live più simile a un DJ set nei cambi tra più patterns. 

L’utilizzo di una drum machine dedicata solo all’aggiunta di suoni percussivi mi permette di variare i groove in base a quello che recepisco dalla floor; stessa cosa per i synth, che vario in base al tipo di serata per aggiungere sempre qualcosa di estemporaneo.

Nei vari club in cui hai suonato avrai vissuto momenti in cui sei andato oltre la semplice performance, come se si aprisse uno spazio nuovo: una scoperta musicale in tempo reale, capace di generare un flow quasi magnetico con il dancefloor.

 

Ti è capitato di percepire questa dimensione?  

Preferendo il live set al DJ set, quello che proponi è sempre la tua visione nella maniera più intima: tutto quello che condividi è la tua musica e penso che già questo instauri un rapporto con il dancefloor.

Ognuno parla il proprio linguaggio e, quando condividi il tuo, è sempre bello vedere le reazioni di chi ti sta ascoltando.

Del resto credo che la condivisione delle proprie idee e pensieri sia alla base di tutto, soprattutto nella musica.

Sei anche fondatore dell’etichetta discografica ATTITUDE. 

 

Ci racconti come è nata, cosa rappresenta oggi e quale visione hai per il suo futuro? 

Attitude è un progetto nato in studio (PlayBeatz Studio) insieme a produttori di lungo corso che mi hanno un po’ adottato; il pensiero comune era che, per portare avanti determinati concetti, è necessario avere attitudine. Da questo il nome scelto il nome dell’etichetta.

 

Oggi Attitude è diventato un hub per producer, ma direi più per amici che condividono la stessa passione per la techno fatta in un determinato modo: una piattaforma fatta da amici per gli amici.

Ogni uscita parte dai rapporti umani instaurati con producer del territorio; cerchiamo di portare avanti semplicemente la nostra identità senza guardare i trend.

Alla base c’è la passione.

C’è stato un momento, un’ispirazione o un incontro che ha acceso la scintilla della tua identità artistica?
Il tuo modo di interpretare club, studio e direzione della label nasce solo dalla scena techno o anche da influenze esterne che hanno contribuito a definirti?

L’influenza esterna e la contaminazione credo siano una delle basi principali della crescita personale e collettiva.

Non si può restare chiusi nella propria bolla senza confrontarsi con tutto quello che ci circonda. L’ispirazione può arrivare da qualsiasi cosa, persona o contesto.

Bisogna essere delle spugne per provare a comprendere diversi linguaggi.

Personalmente credo di essere semplicemente la somma di tutto quello che ho assorbito e che ho a mia volta filtrato.

Purtroppo non riesco a scegliere un momento, una scintilla, etc perchè ce ne sono stati tanti.

A proposito di ATTITUDE: essendo anche graphic designer, curi personalmente l’immagine dell’etichetta e delle release.
L’estetica è molto riconoscibile e legata alla matrice partenopea, con volti alterati di artisti napoletani spesso connessi ai titoli degli EP.


È un legame dichiarato con le tue radici o c’è anche un ulteriore livello di lettura?

A volte le cose sono semplicemente come si vedono.

La prima linea grafica di Attitude è nata proprio per dare una coerenza con il territorio, con un tocco di goliardia.

Nella vita ci si deve divertire e abbiamo pensato che, oltre a condividere qualcosa che fa parte del nostro background, sarebbe stato anche un modo divertente per condividere con i nostri compatrioti nel mondo icone che fanno parte della nostra storia musicale.

Con Circuit Naples stai portando avanti un progetto fortemente radicato nella scena locale, una scelta tutt’altro che scontata in un contesto in cui spesso si punta soprattutto alla visibilità.


Quanto pensi sia importante partire dal territorio per costruire una scena duratura, a Napoli e più in generale in Italia, dove spesso è difficile sostenere un discorso culturale legato alla techno?

Credo che puntare alla visibilità di un headliner sia un discorso legato in primis al business. 

Cosa sacrosanta per chi fa impresa, ma che allo stesso tempo si discosta dai principi basilari su cui è nata la sottocultura della techno e del clubbing.

Sento spesso parlare promoter di underground, ma già lì diventa un po’ un paradosso. 

Nel momento in cui pubblicizzi “l’underground”, credo che tu stia puntando ad altro.

Fortunatamente io ho un altro lavoro e per me stare nella scena è solamente una necessità di espressione e condivisione, ma capisco chi invece ci lavora. 

Dovremmo essere semplicemente tutti più onesti con noi stessi e con gli altri.

Anche la società è totalmente diversa rispetto a quella in cui sono cresciuto io e le nuove generazioni a volte tendono ad affidarsi a chi è più visibile. 

Dire di “esserci stato” negli ultimi anni è diventato più importante dell’esperienza in sé.

Dovremmo cercare di goderci il viaggio, il flusso. 

E credo che i più giovani piano piano stiano cominciando a comprendere la differenza tra chi ti vende un party e chi condivide con te un’esperienza.

Con i ragazzi di Circuit ho trovato un gruppo di giovani uomini legati dalla passione per la musica, un profondo rispetto per la scena e per le sue radici, e soprattutto verso gli altri.

Da qui è nata una collaborazione genuina e seria. 

I ragazzi cercano di portare avanti il discorso della sostenibilità nei party, in modo da permettere a tutti di poter fruire di una bella esperienza di condivisione.

È diventato sempre più un lusso poter partecipare a un evento, quando in primis credo che il club fosse uno spazio di aggregazione e condivisione dedicato a tutti e non solo a chi può permetterselo.

Per far sì che questo avvenga si punta anche a far conoscere gli artisti locali, e qui ne abbiamo tanti davvero validi. 

Non sempre l’erba del vicino è la più verde: dovremmo tutti appoggiare artisti e movimenti locali.

I ragazzi sono molto attivi anche nelle cause sociali e trovare tra le nuove generazioni chi abbia questi principi mi fa ben sperare in un futuro più sostenibile e più vero per il mondo del clubbing.

Dal punto di vista tecnico, tendi a preservare il suono originale o preferisci trasformarlo radicalmente in fase di processing, con compressione parallela, saturazioni, riverberi e catene di effetti?

Qui potrei diventare addirittura noioso (eheheh).

La risposta è: dipende.

Molto dipende dal suono di partenza: a volte non serve metterci troppo le mani.

Ma in linea di massima io ricerco nelle mie produzioni un suono un po’ più raw; mi piace sentire le frequenze che si mischiano e si schiacciano, perché questo crea timbri diversi rispetto a quelli di partenza.

Sono solito saturare quasi tutto in analogico, preferisco quel tipo di pasta sonora.

Difficilmente cambio la mia catena di effetti: due delay, due reverberi e un paio di saturatori e distorsori.

Oggi però abbiamo tanti plugin digitali che emulano egregiamente il mondo analogico.

Per me è più una questione di avere una propria impronta, un proprio timbro.

Quanto del tuo sound nasce già in fase di sound design e quanto, invece, prende forma
successivamente nel mix?

Tendo a cercare la coesione tra gli elementi già in fase di arrangiamento.

Molto spesso le mie tracce vengono registrate one-take su un canale stereo, quindi dopo mi verrebbe difficile andare a lavorare sul mix; cerco di essere bilanciato già dal principio.

Del resto la parte divertente è la creazione del beat.

Dedico alla fase di mix quanto basta perché suoni, ma il lavoro principale lo faccio nel mentre.

Grazie XQTE
Entusiasti dopo aver ascoltato alcuni suoi live, abbiamo deciso di intervistare XQTE

Il 6 marzo è prevista l’uscita di “Bend Misuse” un nuovo EP su ATTITUDE, che prosegue il percorso discografico di XQTE, DJ e producer attivo dal 2023, focalizzato su un linguaggio hardgroove e techno radicato nell’estetica di fine anni ’90 e primi 2000. 

 

Co-Founder dell’etichetta ATTITUDE, pubblica qui le prime due release The Last Emigrant e Bancomat Every Morning, ottenendo il supporto di artisti Nazionali e internazionali come Mark Broom, Markantonio, Raffaele Attanasio e Rebecca Delle Piane e altri. 

 

Nel 2025 esce “Barrios” su Unrilis (catalogo Rilis) ep suonato da Ken Ishii nelle floor di oltreoceano, l’EP On The Scene su Be As One (debutto in vinile per la label di Shlomi Aber, con ingresso nelle chart di Umek e Uncertain), la partecipazione a un Various Artists su Frenzy Recordings, chiude l’anno con “Loop and Dubs” album di 8 tracce rilasciate in vinile per la storica label Planet Rhythm.

Una chiacchierata che arricchisce ulteriormente la sezione delle nostre interviste.

Nel tuo suono si percepisce chiaramente una forte identità partenopea. 

 

Quanto senti la responsabilità di creare e portare avanti questo sound?

Sono cresciuto con la techno di Marco Carola e Rino Cerrone, artisti che hanno profondamente ispirato il mio percorso. 

Parlare di responsabilità forse è eccessivo ma ovvio che mi farebbe piacere. 

Proprio per questo motivo, provo a portare avanti il groove che credo abbia sempre contraddistinto i producer della nostra terra.

Penso sia una questione di visione, uno sguardo sul nostro modo di vivere attraverso un tipo di sound.

È qualcosa che è nato in modo organico o hai ricercato consapevolmente questa direzione sonora?

Come detto già prima, credo che il groove sia parte viscerale dell’individuo.

Mi piace che il basso si muova in ritmo e coesione insieme al resto.

Detto questo, mi sono concentrato molto sullo studio delle tecniche di produzione usate in passato per ottenere determinati tipi di incastri e sonorità.

Credo che con l’avanzamento della tecnologia, per quanto riguarda la produzione, abbiamo perso un po’ il fattore umano, l’imprecisione.

La musica si deve anche toccare e quindi ho cercato di capire quale fosse l’approccio alla produzione quando il computer era marginale. Ho ancora tanto da imparare su quel tipo di mood.

Come concepisci, strutturi e sviluppi il tuo live nei club?

 

Parti da un’idea già definita, di cui conosci l’evoluzione, oppure ti lasci guidare dal dancefloor cercando una connessione con il pubblico, che anche senza comprendere tecnicamente ciò che fai possa percepire la tensione e l’improvvisazione di un live set?

Nel corso degli anni ho provato diversi tipi di approccio al live set, molto dipende anche dalle macchine che si usano.

Ho cambiato diversi setup fino a trovare qualcosa che mi permettesse di gestire la mia performance in modo più dinamico.

Questo mi permette di tenere parti anche solo per pochi minuti, in modo da rendere il live più simile a un DJ set nei cambi tra più patterns. 

L’utilizzo di una drum machine dedicata solo all’aggiunta di suoni percussivi mi permette di variare i groove in base a quello che recepisco dalla floor; stessa cosa per i synth, che vario in base al tipo di serata per aggiungere sempre qualcosa di estemporaneo.

Nei vari club in cui hai suonato avrai vissuto momenti in cui sei andato oltre la semplice performance, come se si aprisse uno spazio nuovo: una scoperta musicale in tempo reale, capace di generare un flow quasi magnetico con il dancefloor.

 

Ti è capitato di percepire questa dimensione?  

Preferendo il live set al DJ set, quello che proponi è sempre la tua visione nella maniera più intima: tutto quello che condividi è la tua musica e penso che già questo instauri un rapporto con il dancefloor.

Ognuno parla il proprio linguaggio e, quando condividi il tuo, è sempre bello vedere le reazioni di chi ti sta ascoltando.

Del resto credo che la condivisione delle proprie idee e pensieri sia alla base di tutto, soprattutto nella musica.

Sei anche fondatore dell’etichetta discografica ATTITUDE. 

 

Ci racconti come è nata, cosa rappresenta oggi e quale visione hai per il suo futuro? 

Attitude è un progetto nato in studio (PlayBeatz Studio) insieme a produttori di lungo corso che mi hanno un po’ adottato; il pensiero comune era che, per portare avanti determinati concetti, è necessario avere attitudine. Da questo il nome scelto il nome dell’etichetta.

 

Oggi Attitude è diventato un hub per producer, ma direi più per amici che condividono la stessa passione per la techno fatta in un determinato modo: una piattaforma fatta da amici per gli amici.

Ogni uscita parte dai rapporti umani instaurati con producer del territorio; cerchiamo di portare avanti semplicemente la nostra identità senza guardare i trend.

Alla base c’è la passione.

C’è stato un momento, un’ispirazione o un incontro che ha acceso la scintilla della tua identità artistica?
Il tuo modo di interpretare club, studio e direzione della label nasce solo dalla scena techno o anche da influenze esterne che hanno contribuito a definirti?

L’influenza esterna e la contaminazione credo siano una delle basi principali della crescita personale e collettiva.

Non si può restare chiusi nella propria bolla senza confrontarsi con tutto quello che ci circonda. L’ispirazione può arrivare da qualsiasi cosa, persona o contesto.

Bisogna essere delle spugne per provare a comprendere diversi linguaggi.

Personalmente credo di essere semplicemente la somma di tutto quello che ho assorbito e che ho a mia volta filtrato.

Purtroppo non riesco a scegliere un momento, una scintilla, etc perchè ce ne sono stati tanti.

A proposito di ATTITUDE: essendo anche graphic designer, curi personalmente l’immagine dell’etichetta e delle release.
L’estetica è molto riconoscibile e legata alla matrice partenopea, con volti alterati di artisti napoletani spesso connessi ai titoli degli EP.


È un legame dichiarato con le tue radici o c’è anche un ulteriore livello di lettura?

A volte le cose sono semplicemente come si vedono.

La prima linea grafica di Attitude è nata proprio per dare una coerenza con il territorio, con un tocco di goliardia.

Nella vita ci si deve divertire e abbiamo pensato che, oltre a condividere qualcosa che fa parte del nostro background, sarebbe stato anche un modo divertente per condividere con i nostri compatrioti nel mondo icone che fanno parte della nostra storia musicale.

Con Circuit Naples stai portando avanti un progetto fortemente radicato nella scena locale, una scelta tutt’altro che scontata in un contesto in cui spesso si punta soprattutto alla visibilità.


Quanto pensi sia importante partire dal territorio per costruire una scena duratura, a Napoli e più in generale in Italia, dove spesso è difficile sostenere un discorso culturale legato alla techno?

Credo che puntare alla visibilità di un headliner sia un discorso legato in primis al business. 

Cosa sacrosanta per chi fa impresa, ma che allo stesso tempo si discosta dai principi basilari su cui è nata la sottocultura della techno e del clubbing.

Sento spesso parlare promoter di underground, ma già lì diventa un po’ un paradosso. 

Nel momento in cui pubblicizzi “l’underground”, credo che tu stia puntando ad altro.

Fortunatamente io ho un altro lavoro e per me stare nella scena è solamente una necessità di espressione e condivisione, ma capisco chi invece ci lavora. 

Dovremmo essere semplicemente tutti più onesti con noi stessi e con gli altri.

Anche la società è totalmente diversa rispetto a quella in cui sono cresciuto io e le nuove generazioni a volte tendono ad affidarsi a chi è più visibile. 

Dire di “esserci stato” negli ultimi anni è diventato più importante dell’esperienza in sé.

Dovremmo cercare di goderci il viaggio, il flusso. 

E credo che i più giovani piano piano stiano cominciando a comprendere la differenza tra chi ti vende un party e chi condivide con te un’esperienza.

Con i ragazzi di Circuit ho trovato un gruppo di giovani uomini legati dalla passione per la musica, un profondo rispetto per la scena e per le sue radici, e soprattutto verso gli altri.

Da qui è nata una collaborazione genuina e seria. 

I ragazzi cercano di portare avanti il discorso della sostenibilità nei party, in modo da permettere a tutti di poter fruire di una bella esperienza di condivisione.

È diventato sempre più un lusso poter partecipare a un evento, quando in primis credo che il club fosse uno spazio di aggregazione e condivisione dedicato a tutti e non solo a chi può permetterselo.

Per far sì che questo avvenga si punta anche a far conoscere gli artisti locali, e qui ne abbiamo tanti davvero validi. 

Non sempre l’erba del vicino è la più verde: dovremmo tutti appoggiare artisti e movimenti locali.

I ragazzi sono molto attivi anche nelle cause sociali e trovare tra le nuove generazioni chi abbia questi principi mi fa ben sperare in un futuro più sostenibile e più vero per il mondo del clubbing.

Dal punto di vista tecnico, tendi a preservare il suono originale o preferisci trasformarlo radicalmente in fase di processing, con compressione parallela, saturazioni, riverberi e catene di effetti?

Qui potrei diventare addirittura noioso (eheheh).

La risposta è: dipende.

Molto dipende dal suono di partenza: a volte non serve metterci troppo le mani.

Ma in linea di massima io ricerco nelle mie produzioni un suono un po’ più raw; mi piace sentire le frequenze che si mischiano e si schiacciano, perché questo crea timbri diversi rispetto a quelli di partenza.

Sono solito saturare quasi tutto in analogico, preferisco quel tipo di pasta sonora.

Difficilmente cambio la mia catena di effetti: due delay, due reverberi e un paio di saturatori e distorsori.

Oggi però abbiamo tanti plugin digitali che emulano egregiamente il mondo analogico.

Per me è più una questione di avere una propria impronta, un proprio timbro.

Quanto del tuo sound nasce già in fase di sound design e quanto, invece, prende forma
successivamente nel mix?

Tendo a cercare la coesione tra gli elementi già in fase di arrangiamento.

Molto spesso le mie tracce vengono registrate one-take su un canale stereo, quindi dopo mi verrebbe difficile andare a lavorare sul mix; cerco di essere bilanciato già dal principio.

Del resto la parte divertente è la creazione del beat.

Dedico alla fase di mix quanto basta perché suoni, ma il lavoro principale lo faccio nel mentre.

Grazie XQTE

I nostri ultimi articoli

Share

XQTE