THE SOUTHERN

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Dalle influenze di Ben Sims, DJ Rush e Truncate alle pubblicazioni su CLR, KNE DEEP, Suara e MOOD. The Southern, fondatore di Rawthing, racconta a dBustle magazine il proprio percorso tra ricerca sonora, cultura techno e dancefloor.

instagram.com/iamthesouthern

instagram.com/rawthing_

1. Sei cresciuto musicalmente tra l’eredità della techno old school e influenze come Ben Sims, DJ Rush e Truncate. Quali elementi di quella scuola consideri ancora fondamentali e quali hai dovuto mettere in discussione per sviluppare un linguaggio personale?

Innanzitutto vi ringrazio per questa opportunità e per la possibilità di scambiare due chiacchiere con voi. Mi fa molto piacere.
Sono cresciuto ascoltando questi titani e leggende della scena techno. Sono sempre rimasto colpito dal suono potente e graffiante di DJ Rush, dal groove di Ben Sims e dal carattere dub e prepotente di Truncate.
Ancora oggi considero queste influenze fondamentali, perché è proprio da lì che mi sono formato. Cerco di portare avanti quell’eredità nella mia identità musicale, aggiungendo il mio tocco personale. Non voglio copiare, ma essere riconosciuto attraverso un suono che abbia una mia firma.

2. Le tue tracce lavorano molto sulla pressione ritmica e sul movimento delle percussioni. Come costruisci il rapporto tra kick, basso e groove? Qual è l’elemento da cui parti normalmente?

Quando lavoro su una traccia non ho mai un metodo preciso e non seguo nessuna regola. Posso partire dal groove oppure da un synth: dipende da quello che voglio creare in quel momento e da come voglio realizzarlo.
Essendo autodidatta in tutto, non ho mai frequentato una scuola di produzione o di musica. Non saprei nemmeno da dove iniziare su una tastiera, ad esempio. Conosco certamente le note, ma davanti a una tastiera o a un pianoforte mi perdo.
In questo, però, vedo qualcosa di positivo, perché sono sicuro che se avessi avuto maggiori conoscenze musicali, di accordi e teoria, probabilmente mi sarei bloccato. Invece, avendo imparato tutto a orecchio, lascio libero sfogo alla mia immaginazione.
È così che nascono le mie tracce, tutte diverse l’una dall’altra. Lascio che siano le mani e il cuore a tirare fuori quello che sento il bisogno di esprimere in quel momento.

3. Entriamo nel tuo studio: quale DAW utilizzi e quali strumenti hardware o software definiscono maggiormente il tuo suono? C’è una tecnica o una catena di effetti alla quale non rinunceresti?

Quando ho iniziato lavoravo su FL Studio, ma dal 2021 sono passato ad Ableton Live e da lì è cambiato tutto. All’inizio è stato complicato, ma dopo neanche una settimana me ne sono innamorato.
Negli anni, lavorando, sono riuscito anche ad acquistare quelle che considero le mie fedeli compagne: Korg MS-20 Mini, Odyssey, TD-303, Roland SH-01A, S-1 e altri strumenti.
Utilizzo molto anche plugin come Arturia Analog V e Sylenth1, ma anche tanti strumenti ed effetti stock già compresi in Ableton, che ultimamente ho riscoperto. Se utilizzati bene, permettono di ottenere risultati incredibili.
Un esempio è “Ultrasound”, una delle mie ultime tracce pubblicate su Mutual Rytm, realizzata utilizzando esclusivamente i suoni stock di Ableton.

4. Su CLR hai costruito un rapporto discografico continuativo, mentre Truncate rappresenta un’altra precisa scuola della techno contemporanea. Quanto cambia il tuo approccio quando lavori per etichette con identità sonore differenti?

Con Chris Liebing e David (Truncate) ormai ci conosciamo da anni e siamo diventati amici.
All’inizio è stato difficile riuscire a farmi ascoltare da loro. Cercavo in tutti i modi di far arrivare la mia musica e, grazie alla mia insistenza, alla fine ne ho avuto l’opportunità.
Con Truncate è successo durante un remix contest della sua traccia “Missing”, nel periodo del Covid. Con Chris, invece, è accaduto all’ADE, quando gli ho consegnato una chiavetta USB contenente alcune mie produzioni. Da quell’incontro, poco tempo dopo, è nata la mia prima release su CLR, “Crackin The Jack EP”.
Il mio approccio alla produzione non cambia in base all’etichetta. Quando un brano è finito, capisco quale possa funzionare meglio per una piuttosto che per un’altra.
Quello che consiglio sempre è di ascoltare attentamente il genere e l’identità musicale di un’etichetta prima di inviare qualsiasi demo, per capire se il proprio sound possa essere adatto. È una cosa che continuo a fare ancora oggi.

5. Con “Ultrasound”, pubblicato su Spectra / Mutual Rytm, il tuo materiale è stato reinterpretato da Alarico, Temudo e Sciahri. Come hai vissuto il confronto con tre interpretazioni differenti della tua traccia?

“Ultrasound” è stata una delle tracce più spontanee e ricche di sensazioni forti che abbia mai prodotto.
Sono felice e ringrazierò Marco (SHDW) a vita per questa opportunità. Essere accompagnato da tre grandi artisti è stato davvero inaspettato e surreale per me.
Non ho una preferenza tra i tre remix, perché ognuno ha reinterpretato la traccia nel modo che ha sentito più proprio. Il risultato parla da solo e amo tutti e tre i lavori allo stesso modo.

6. Rawthing non è soltanto un’etichetta: nel catalogo trovano spazio anche kick, loop percussivi e sample pack. Come nasce questa scelta di condividere strumenti creativi e quale ruolo possono avere nella costruzione di un suono personale?

L’idea di condividere sample pack e loop attraverso Rawthing nasce spontaneamente.
Oggi tutti utilizziamo loop e sample pack, ma sono dell’idea che vadano bene soltanto se non vengono mantenuti nella loro forma originale. Bisogna tagliarli, effettuare un resampling, modificarli e creare qualcosa di personale.
L’obiettivo è aiutare gli artisti a non rimanere bloccati durante il processo creativo, offrendo magari uno spunto o un’idea in più. A volte basta aggiungere quel particolare elemento di cui una traccia ha bisogno in una determinata sezione: può essere un loop percussivo, un kick oppure un synth.

7. Nei tuoi DJ set cerchi di mantenere un flusso continuo, anche nei passaggi più intensi. Quanto incidono l’impianto, l’acustica e le condizioni di ascolto sulle tue scelte in consolle?

Nei miei set cerco sempre di creare una catena continua, con poche pause e una selezione in costante evoluzione.
L’impianto e l’acustica sono molto importanti per me. Purtroppo, in passato ho subito una perdita uditiva di 25 dB all’orecchio destro, quindi a volte faccio fatica. Pian piano, però, con l’aiuto delle protezioni, la situazione sta andando molto meglio.
L’impianto e l’acustica devono fare la loro parte, soprattutto nel booth, perché è proprio lì che hai maggiormente bisogno di un ascolto adeguato.
Mi sono trovato in situazioni in cui il booth praticamente non esisteva e l’acustica era davvero pessima. Ho dovuto fare tutto in cuffia, con l’orecchio che mi chiedeva pietà.
Alla fine, però, la serata è andata bene ed è questo che conta: essere riuscito a trasmettere qualcosa, anche quando tutto il resto non funzionava come avrebbe dovuto.

8. La techno contemporanea sembra spesso privilegiare velocità e impatto immediato. Dal tuo punto di vista, cosa distingue oggi un disco costruito per il dancefloor da uno destinato a durare nel tempo?

Credo che oggi ogni disco venga creato con l’intenzione di durare nel tempo, indipendentemente dallo stile.
Tutto dipende da quello che una traccia riesce a raccontarti e a trasmetterti. È lì che, secondo me, capisci se si tratta di un brano pensato soltanto per il dancefloor oppure di qualcosa destinato a rimanere.
Un esempio è “Iruka” di Alarico: per me è una traccia destinata a durare nel tempo.

Grazie ancora per l’invito e per aver scambiato due chiacchiere con voi.
Prima di salutarci vorrei dare un consiglio a tutti i ragazzi che si stanno avvicinando a questo mondo: rimanete sempre voi stessi, tenete i piedi per terra e lavorate a testa bassa.
Costruite una vostra identità, sviluppate una firma personale, siate riconoscibili e soprattutto diversi dagli altri. Non cadete nella copia della copia di qualcun altro.
Non seguite la massa, ma quello che il vostro cuore e le vostre sensazioni vi suggeriscono. Ascoltatevi e non sbaglierete mai.

Un abbraccio, Carmine

Dalle influenze di Ben Sims, DJ Rush e Truncate alle pubblicazioni su CLR, KNE DEEP, Suara e MOOD. The Southern, fondatore di Rawthing, racconta a dBustle magazine il proprio percorso tra ricerca sonora, cultura techno e dancefloor.

instagram.com/iamthesouthern

instagram.com/rawthing_

1. Sei cresciuto musicalmente tra l’eredità della techno old school e influenze come Ben Sims, DJ Rush e Truncate. Quali elementi di quella scuola consideri ancora fondamentali e quali hai dovuto mettere in discussione per sviluppare un linguaggio personale?

Innanzitutto vi ringrazio per questa opportunità e per la possibilità di scambiare due chiacchiere con voi. Mi fa molto piacere.
Sono cresciuto ascoltando questi titani e leggende della scena techno. Sono sempre rimasto colpito dal suono potente e graffiante di DJ Rush, dal groove di Ben Sims e dal carattere dub e prepotente di Truncate.
Ancora oggi considero queste influenze fondamentali, perché è proprio da lì che mi sono formato. Cerco di portare avanti quell’eredità nella mia identità musicale, aggiungendo il mio tocco personale. Non voglio copiare, ma essere riconosciuto attraverso un suono che abbia una mia firma.

2. Le tue tracce lavorano molto sulla pressione ritmica e sul movimento delle percussioni. Come costruisci il rapporto tra kick, basso e groove? Qual è l’elemento da cui parti normalmente?

Quando lavoro su una traccia non ho mai un metodo preciso e non seguo nessuna regola. Posso partire dal groove oppure da un synth: dipende da quello che voglio creare in quel momento e da come voglio realizzarlo.
Essendo autodidatta in tutto, non ho mai frequentato una scuola di produzione o di musica. Non saprei nemmeno da dove iniziare su una tastiera, ad esempio. Conosco certamente le note, ma davanti a una tastiera o a un pianoforte mi perdo.
In questo, però, vedo qualcosa di positivo, perché sono sicuro che se avessi avuto maggiori conoscenze musicali, di accordi e teoria, probabilmente mi sarei bloccato. Invece, avendo imparato tutto a orecchio, lascio libero sfogo alla mia immaginazione.
È così che nascono le mie tracce, tutte diverse l’una dall’altra. Lascio che siano le mani e il cuore a tirare fuori quello che sento il bisogno di esprimere in quel momento.

3. Entriamo nel tuo studio: quale DAW utilizzi e quali strumenti hardware o software definiscono maggiormente il tuo suono? C’è una tecnica o una catena di effetti alla quale non rinunceresti?

Quando ho iniziato lavoravo su FL Studio, ma dal 2021 sono passato ad Ableton Live e da lì è cambiato tutto. All’inizio è stato complicato, ma dopo neanche una settimana me ne sono innamorato.
Negli anni, lavorando, sono riuscito anche ad acquistare quelle che considero le mie fedeli compagne: Korg MS-20 Mini, Odyssey, TD-303, Roland SH-01A, S-1 e altri strumenti.
Utilizzo molto anche plugin come Arturia Analog V e Sylenth1, ma anche tanti strumenti ed effetti stock già compresi in Ableton, che ultimamente ho riscoperto. Se utilizzati bene, permettono di ottenere risultati incredibili.
Un esempio è “Ultrasound”, una delle mie ultime tracce pubblicate su Mutual Rytm, realizzata utilizzando esclusivamente i suoni stock di Ableton.

4. Su CLR hai costruito un rapporto discografico continuativo, mentre Truncate rappresenta un’altra precisa scuola della techno contemporanea. Quanto cambia il tuo approccio quando lavori per etichette con identità sonore differenti?

Con Chris Liebing e David (Truncate) ormai ci conosciamo da anni e siamo diventati amici.
All’inizio è stato difficile riuscire a farmi ascoltare da loro. Cercavo in tutti i modi di far arrivare la mia musica e, grazie alla mia insistenza, alla fine ne ho avuto l’opportunità.
Con Truncate è successo durante un remix contest della sua traccia “Missing”, nel periodo del Covid. Con Chris, invece, è accaduto all’ADE, quando gli ho consegnato una chiavetta USB contenente alcune mie produzioni. Da quell’incontro, poco tempo dopo, è nata la mia prima release su CLR, “Crackin The Jack EP”.
Il mio approccio alla produzione non cambia in base all’etichetta. Quando un brano è finito, capisco quale possa funzionare meglio per una piuttosto che per un’altra.
Quello che consiglio sempre è di ascoltare attentamente il genere e l’identità musicale di un’etichetta prima di inviare qualsiasi demo, per capire se il proprio sound possa essere adatto. È una cosa che continuo a fare ancora oggi.

5. Con “Ultrasound”, pubblicato su Spectra / Mutual Rytm, il tuo materiale è stato reinterpretato da Alarico, Temudo e Sciahri. Come hai vissuto il confronto con tre interpretazioni differenti della tua traccia?

“Ultrasound” è stata una delle tracce più spontanee e ricche di sensazioni forti che abbia mai prodotto.
Sono felice e ringrazierò Marco (SHDW) a vita per questa opportunità. Essere accompagnato da tre grandi artisti è stato davvero inaspettato e surreale per me.
Non ho una preferenza tra i tre remix, perché ognuno ha reinterpretato la traccia nel modo che ha sentito più proprio. Il risultato parla da solo e amo tutti e tre i lavori allo stesso modo.

6. Rawthing non è soltanto un’etichetta: nel catalogo trovano spazio anche kick, loop percussivi e sample pack. Come nasce questa scelta di condividere strumenti creativi e quale ruolo possono avere nella costruzione di un suono personale?

L’idea di condividere sample pack e loop attraverso Rawthing nasce spontaneamente.
Oggi tutti utilizziamo loop e sample pack, ma sono dell’idea che vadano bene soltanto se non vengono mantenuti nella loro forma originale. Bisogna tagliarli, effettuare un resampling, modificarli e creare qualcosa di personale.
L’obiettivo è aiutare gli artisti a non rimanere bloccati durante il processo creativo, offrendo magari uno spunto o un’idea in più. A volte basta aggiungere quel particolare elemento di cui una traccia ha bisogno in una determinata sezione: può essere un loop percussivo, un kick oppure un synth.

7. Nei tuoi DJ set cerchi di mantenere un flusso continuo, anche nei passaggi più intensi. Quanto incidono l’impianto, l’acustica e le condizioni di ascolto sulle tue scelte in consolle?

Nei miei set cerco sempre di creare una catena continua, con poche pause e una selezione in costante evoluzione.
L’impianto e l’acustica sono molto importanti per me. Purtroppo, in passato ho subito una perdita uditiva di 25 dB all’orecchio destro, quindi a volte faccio fatica. Pian piano, però, con l’aiuto delle protezioni, la situazione sta andando molto meglio.
L’impianto e l’acustica devono fare la loro parte, soprattutto nel booth, perché è proprio lì che hai maggiormente bisogno di un ascolto adeguato.
Mi sono trovato in situazioni in cui il booth praticamente non esisteva e l’acustica era davvero pessima. Ho dovuto fare tutto in cuffia, con l’orecchio che mi chiedeva pietà.
Alla fine, però, la serata è andata bene ed è questo che conta: essere riuscito a trasmettere qualcosa, anche quando tutto il resto non funzionava come avrebbe dovuto.

8. La techno contemporanea sembra spesso privilegiare velocità e impatto immediato. Dal tuo punto di vista, cosa distingue oggi un disco costruito per il dancefloor da uno destinato a durare nel tempo?

Credo che oggi ogni disco venga creato con l’intenzione di durare nel tempo, indipendentemente dallo stile.
Tutto dipende da quello che una traccia riesce a raccontarti e a trasmetterti. È lì che, secondo me, capisci se si tratta di un brano pensato soltanto per il dancefloor oppure di qualcosa destinato a rimanere.
Un esempio è “Iruka” di Alarico: per me è una traccia destinata a durare nel tempo.

Grazie ancora per l’invito e per aver scambiato due chiacchiere con voi.
Prima di salutarci vorrei dare un consiglio a tutti i ragazzi che si stanno avvicinando a questo mondo: rimanete sempre voi stessi, tenete i piedi per terra e lavorate a testa bassa.
Costruite una vostra identità, sviluppate una firma personale, siate riconoscibili e soprattutto diversi dagli altri. Non cadete nella copia della copia di qualcun altro.
Non seguite la massa, ma quello che il vostro cuore e le vostre sensazioni vi suggeriscono. Ascoltatevi e non sbaglierete mai.

Un abbraccio, Carmine

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